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Mobbing: la Cassazione torna sull’onere della prova

nl_img_129Due sentenze della Corte di Cassazione civile pongono maggior chiarezza sul tema del mobbing.

La sentenza n.898/2014 ricorda che, in materia di mobbing, per dimostrare la condotta lesiva del datore di lavoro sono rilevanti:
a) la molteplicità di comportamenti di carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio, ossia tormentare, opprimere insistentemente qualcuno con maltrattamenti morali e materiali.
b) l’evento lesivo della salute o della personalità del dipendente;
c) il nesso eziologico tra la condotta del datore o del superiore gerarchico e il pregiudizio all’integrità psico-fisica del lavoratore;
d) la prova dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio.

Tali elementi vanno provati dal lavoratore in applicazione del principio generale di cui all’art. 2697 c.c. (onere della prova: chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento); quindi si rende necessaria una valutazione rigorosa della sistematicità della condotta e della sussistenza dell’intento emulativo o persecutorio che deve sorreggerla.
Nel caso trattato in sentenza i singoli fatti denunziati non erano ascrivibili ad un unico intento persecutorio: ciascuno in sé considerato non presentavano il carattere della ritorsività ed ostilità.

La sentenza n.1149/2014  ribadisce la definizione del termine mobbing in ambito lavorativo, ossia quel fenomeno sostanzialmente consistente in una serie di atti o comportamenti vessatori, protratti nel tempo, posti in essere nei confronti di un lavoratore da parte dei componenti del gruppo di lavoro in cui è inserito o dal suo capo, caratterizzati da un intento di persecuzione ed emarginazione finalizzato all’obiettivo primario di escludere tale soggetto dal gruppo. Mancando una disciplina normativa a tal proposito, si fa riferimento all’obbligo di sicurezza di cui all’art. 2087 c.c.
Nel caso in questione, il lavoratore che si riteneva mobbizzato aveva descritto una serie di condotte e comportamenti posti in essere dal proprio datore di lavoro ed in particolare dai numerosi superiori gerarchici avvicendatisi affermando che. nel loro complesso, tali condotte evidenziavano l’evidente volontà posta in essere dalla società di emarginarlo e discriminarlo.
Già in appello tuttavia si riconosceva però come il lavoratore si fosse limitato a fornire, a distanza di molti anni, una propria versione dei fatti contrapposta a quella della società, sulla base di una serie di affermazioni prive di qualsiasi sostegno probatorio. In relazione agli episodi più gravi che lo avevano visto accusato di aver aggredito verbalmente e talvolta fisicamente i propri superiori, si era limitato a respingere ogni accusa, negando i fatti, senza tuttavia fornire alcuna valida prova a sostegno della propria versione degli accadimenti.
Viene posta attenzione anche alla presunta dequalificazione professionale: in passato, la Corte d’appello aveva ritenuto che nessun concreto elemento di prova fosse stato fornito dal lavoratore, il quale non aveva nemmeno analiticamente descritto le mansioni che nel corso degli anni gli erano state affidate e quelle che gli spettavano alla luce del suo inquadramento contrattuale.
In conclusione, secondo la Cassazione non era emerso alcun intento discriminatorio della società, che si era limitata ad applicare, a fronte di palesi atti di insubordinazione o di violazione delle regole aziendali, la sanzione disciplinare più lieve e talvolta, in caso di mancanza di chiari elementi di prova (nonostante l’accusa provenisse da superiori gerarchici del ricorrente) non aveva provveduto disciplinarmente nei confronti del presunto lavoratore mobbizato.