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La responsabilità sociale delle imprese in mezzo alla crisi

In tempi di crisi cosa aspettarsi dalle imprese? Responsabilità sociale sempre e comunque o una netta frenata in attesa di tempi migliori?

Il 2008 ha segnato l’avvento della crisi e il 2009, pare, rappresenterà uno degli anni più difficili dell’economia dalla crisi del ’29. Su cause e conseguenze dell’attuale congiuntura si è scritto e detto molto, talvolta a sproposito, e molto di più si potrà dire in futuro.

Rimane un aspetto su cui i media hanno discusso in misura minima o addirittura non hanno detto niente. Si tratta di cosa comporterà la crisi in termini di responsabilità sociale delle imprese. Appare abbastanza evidente che la congiuntura negativa si rifletterà più o meno pesantemente sui bilanci della maggior parte delle imprese italiane; altrettanto palese è il fatto che ciò dovrà evidentemente comportare un taglio dei costi per mantenerle in vita fino al tanto atteso superamento del momento di crisi. Probabilmente, tra i tagli necessari, potranno finire quelle voci di spese considerate da alcuni come “non necessarie”, quali ad esempio gli investimenti in progetti di responsabilità sociale di impresa. In questo senso, ogni azienda sarà sicuramente libera di valutare gli interventi da porre in essere, ma è utile cogliere l’occasione per proporre alcune semplici riflessioni.

In primo luogo, viene da pensare che i soggetti più attivi in ambiti di responsabilità sociale potrebbero trovarsi in una condizione di oggettivo vantaggio competitivo rispetto a concorrenti meno attenti: chi ha investito in passato in fonti energetiche rinnovabili, ad esempio in pannelli solari, potrebbe trovarsi minori costi per utenze energetiche nei propri bilanci e conseguentemente potrebbe compensare almeno in parte gli effetti negativi della crisi sui propri conti. Allo stesso tempo, occorre augurarsi che i soggetti imprenditoriali da sempre attenti alle problematiche legate ai lavoratori e al dialogo con i sindacati, possano trovarsi ora di fronte interlocutori maggiormente elastici e bendisposti per trovare soluzioni accettabili nell’interesse dei vari portatori di interesse in termini di contenimento dei costi del personale. In questo senso, il libero mercato potrebbe sentenziare la più facile sopravvivenza delle imprese virtuose rispetto alle altre.

Ulteriore aspetto è invece rappresentato dal contenimento dei costi legati alla CSR. Certo, un’impresa che ha annunciato al mondo intero di avere a cuore la salute del pianeta e dei propri lavoratori, oppure di voler creare progetti di investimento a favore dei paesi in via di sviluppo, rischierebbe un contraccolpo negativo in termini reputazionali nel fare “marcia indietro” o nel “parcheggiare” tali progetti. Al contempo, sarebbe tuttavia sconveniente perseguire determinati obiettivi sociali mettendo a repentaglio l’economicità dell’impresa e con essa il destino dei dipendenti, in primo luogo, e degli altri portatori di interessi.

Di fronte a tale bivio, quale potrebbe essere quindi la strada più corretta e desiderabile?

La risposta, come quasi sempre accade nel mondo dell’economia aziendale, è che dipende dal contesto. Ogni impresa dovrà sicuramente intervenire nel ricalibrare le proprie strategie aziendali. Per quei soggetti che hanno sviluppato un profondo senso di responsabilità sociale, integrando la sostenibilità in tutti gli aspetti strategici dell’impresa, sarà quindi automatico rivedere tutte le strategie aziendali alla luce degli aspetti connessi alla responsabilità sociale. Un impegno serio e coerente, in questo senso, non potrebbe presumibilmente portare al completo abbandono di determinati progetti. Al contrario, coloro che hanno intrapreso progetti di responsabilità sociale isolati, seppur lodevoli, potrebbero valutarne la sospensione senza per questo intaccare la coerenza strategica dell’azienda.

In un certo senso, un’impresa che decida di rinunciare a un progetto benefico per mantenere il proprio organico invariato o per limitarne la riduzione può essere comunque considerata virtuosa, o perlomeno, ragionevole nelle proprie scelte. Sarebbe peggio ipotizzare, in questo senso, un’impresa che per non perdere la propria immagine di “attenta all’ambiente”, prosegua con costose politiche di greenwashing inutili per l’ambiente e in grado di compromettere l’economicità dell’azienda.

La scelta, è chiaro, non è certamente facile; il rischio di vedere relegata la responsabilità sociale in secondo piano è tuttavia concreto e sicuramente di rilievo.

Occorre sperare ed aspettarsi che le imprese prendano seriamente coscienza di cosa significhi essere socialmente responsabili: se consideriamo valida la definizione del Prof. Molteni, che individua la responsabilità sociale come la “tensione dell’impresa – e, dunque, in primis dei vertici aziendali – a soddisfare in misura superiore sempre crescente, andando al di là degli obblighi di legge, le legittime attese sociali e ambientali, oltre che economiche, dei vari portatori di interesse (o stakeholder) interni ed esterni, mediante lo svolgimento delle proprie attività”, allora è evidente che in primo luogo vada comunque salvaguardato il proseguimento dell’attività aziendale; obiettivo, questo, certamente da raggiungere comunque in osservanza di una base di principi etici dell’azienda, che non possono essere dimenticati, pur contenendo la spesa legata alle pluri-reclamizzate iniziative di responsabilità sociale.

fonte: Dario Muzzarini, GreenPlanet.net