FAQ (domande frequenti) igiene industriale e inquinamento ambientale
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FAQ sull'applicazione dei D.Lgs. 187/05 e 195/2006

D.Lgs. 187/2005 e 195/2006 sulla prevenzione e protezione dei rischi dovuti all'esposizione a vibrazioni ed a rumore nei luoghi di lavoro - Prime indicazioni applicative 19 pagg. a cura del Coordinamento Tecnico per la sicurezza nei luoghi di lavoro delle Regioni e delle Province autonome - dicembre 2006


Che cosa è il monitoraggio biologico?

Con monitoraggio biologico si intende il controllo degli esseri umani in relazione all’inquinamento ambientale.
Le sostanze contenute nell’aria si introducono nell’organismo umano, o per inalazione o assorbite dalla pelle, si sciolgono nel sangue e vengono distribuite alle cellule del corpo esplicando effetti negativi, più o meno gravi in base alla loro tossicità e alla quantità assorbita.
Il corpo per reazione cerca di eliminare queste sostanze modificandole chimicamente, cioè formando dei metaboliti, per estrometterle disciolte nell’urina. Effettuando un prelievo è possibile identificare la dose assorbita e indirettamente la concentrazione della sostanza che era presente nell’ambiente.
La sostanza e i suoi metaboliti sono definiti "indicatori biologici di esposizione". Gli studi di tossicologia dicono quali molecole cercare, dove (sangue o urina), quando (per quanto tempo permangono nell’organismo dopo l’esposizione) e con quali tecniche identificarle e quantificarle.
Un caso particolare di monitoraggio biologico è quello che viene effettuato sui lavoratori al fine di valutare la loro esposizione ad agenti chimici presenti nell’ambiente di lavoro.
In ambito lavorativo vi sono alcuni aspetti per i quali il monitoraggio biologico fornisce risultati migliori rispetto a quello ambientale:
- permette di rilevare la presenza di quelle sostanze a cui il lavoratore è esposto per solo contatto cutaneo, che non sono presenti nell’aria quindi non inalabili, di conseguenza non identificabili con il monitoraggio dell’aria.
- e’ indispensabile in caso di esposizioni impreviste dovute a incidenti perché può essere fatto diverse ore dopo l’esposizione.
- Permette di identificare e tutelare i soggetti più a rischio perché ad uno stesso risultato di monitoraggio ambientale saranno associati diversi risultati del monitoraggio biologico dovuto al fatto che le caratteristiche dei singoli individui possono portare a differenze di assorbimento di una sostanza a parità di esposizione.
La legge italiana per mezzo del decreto legislativo 25/2000 prevede il monitoraggio biologico per alcune sostanze (ad oggi solo piombo e suoi composti ionici), ma è prevedibile che aumentino perché un decreto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali 26/2/2004 in recepimento di una direttiva europea, riporta una lista di valori limite di Esposizione Professionale di 63 sostanze per cui sono definiti i valori limite per le concentrazioni dell’aria e per i quali dovranno essere stabiliti valori limite biologici, in particolare è auspicabile che venga fatto per le sostanze con possibilità di assorbimento cutaneo significativo.Prima della emanazione della legislazione citata, i contratti di lavoro in Italia facevano riferimento ai valori limite pubblicati dalla Conferenza degli Igienisti Industriali Governativi Americani (ACGIH) che stabilisce valori limite biologici (BEI) per oltre 38 sostanze o gruppi di sostanze. Il criterio con cui sono stati determinati è che rappresentino i valori dell’indicatore che è probabile riscontrare nei fluidi biologici di lavoratori sani esposti per otto ore, per cinque giorni la settimana, a una concentrazione di una sostanza pari al valore limite dell’aria. I BEI sono indicatori di dose interna per una esposizione inalatoria, tuttavia per alcune sostanze, per le quali vi è probabilità significativa di assorbimento cutaneo sono stati sviluppati anche secondo questo criterio. Indicano la concentrazione al di sotto della quale la maggior parte dei lavoratori non dovrebbe subire effetti negativi per la salute, pur non rappresentando un netto confine tra esposizione pericolosa e non. Non è previsto che si utilizzino come misura di effetti avversi o per diagnosi di malattie professionali e non sono applicabili per esposizioni non professionali.
Il monitoraggio biologico è una tecnica più recente rispetto al monitoraggio ambientale e richiede professionalità interdisciplinari e tecniche analitiche sofisticate. Il progresso scientifico e tecnologico degli ultimi anni ha portato a molti studi in tutto il mondo su questo argomento, riguardanti tutti i suoi diversi aspetti che sono in continua evoluzione quali nuove sostanze immesse sul mercato, inquinanti prodotti da nuove attività che richiedono nuovi indicatori di esposizione; gli agenti di rischio per i quali si richiede un monitoraggio biologico possono essere oltre a quello chimico anche per le radiazioni luminose, lo stress, il rumore o le radiazioni elettromagnetiche.


Che cosa è il rumore?

Il rumore è un suono indesiderato. La sua intensità («livello sonoro») si misura in decibel (dB). La scala decibel è logaritmica, quindi un aumento del livello sonoro pari a tre decibel rappresenta già un raddoppio dell’intensità del rumore. A titolo di esempio, una conversazione normale può raggiungere circa 65 dB, mentre una persona che grida può arrivare a 80 dB. Sebbene la differenza sia di soli 15 dB, le grida risultano 30 volte più rumorose. Per tenere conto del fatto che l’orecchio umano mostra una sensibilità differente alle diverse frequenze, la forza o l’intensità del rumore viene solitamente misurata in decibel ponderati in curva A [dB(A)].
Non è soltanto l’intensità a determinare la pericolosità del rumore: anche la durata dell’esposizione è molto importante. Per tenere conto di questo fattore, si utilizzano livelli sonori con media ponderata nel tempo. Per il rumore nei luoghi di lavoro, solitamente ci si basa su  una giornata lavorativa media di otto ore.
Esistono altri fattori che possono influenzare la pericolosità del rumore.
- Impulsività — l’eventuale presenza di «picchi» acustici (prodotti ad esempio da archi elettrici).
- Frequenza — misurata in hertz (Hz). L’altezza di un rumore è la percezione della frequenza. Ad esempio, la ² cosiddetta «tonalità da concerto» (il Re) equivale a 440 Hz.

Distribuzione temporale — in che occasione e con che frequenza si rileva il rumore.
Il rumore non deve necessariamente essere molto intenso per risultare nocivo all’interno dei luoghi di lavoro. Il rumore può contribuire in maniera significativa ad aumentare altri rischi presenti sul luogo di lavoro,
ad esempio:
- può aumentare il rischio di infortuni a causa dell’impossibilità di udire i segnali di allarme;
- può interagire con l’esposizione a certi prodotti chimici aumentando ulteriormente il rischio di perdita dell’udito; oppure,
- può essere causa dello stress sul lavoro.


Che cosa è la salmonella?
Esistono in natura con più di 2000 varianti diverse e con patologie suddivise in due tipologie essenziali: la salmonellosi tifoide e la salmonellosi non tifoide, che rappresenta la maggior parte dei casi.
Il batterio si moltiplica tra gli 8 e i 45 gradi centigradi, mentre viene distrutto a temperature maggiori di 70 gradi. Si riscontra soprattutto in uova, che sono il veicolo di maggiore impatto sull’epidemiologia dell’infezione, pollo, carne di maiale, talvolta anche latte e latticini.
La salmonellosi tifoide, è un rischio essenzialmente per le persone che viaggiano molto all’estero, soprattutto in paesi con scarsa igiene. Si trasmette bevendo o mangiando bevande ed alimenti infettati o con il contatto con feci di persone malate o portatori sani.
Si presenta con dolori muscolari, stanchezza, inappetenza, gonfiore addominale diarrea, cefalea, febbre. Quest’ultimo sintomo è quello più evidente e dura da tre a cinque settimane. Per diagnosticare la salmonellosi tifoide bisogna effettuare un esame del sangue e delle feci per identificare il batterio della salmonella; nei casi più gravi si può anche effettuare una coltura del midollo osseo.
Poiché questa forma di salmonellosi è molto più grave di quella non tifoide, è generalmente necessario il ricovero e la somministrazione di antibiotici. Ci si può proteggere con i vaccini ad uso orale (che protegge dal tifo) o iniettabile (che protegge da tifo e paratifo) che proteggono per circa tre anni.
La salmonellosi non tifoide, invece, si presenta con diarrea, nausea, vomito, a volte accompagnati da febbre intorno ai 38°.
L’insorgenza e la gravità dei sintomi dipendono anche dalla quantità di batteri introdotti nell’organismo con gli alimenti contaminati e d
all’acidità intestinale; infatti, ad esempio, talvolta è possibile che la diarrea sia favorita da una ridotta secrezione gastrica.
Il periodo di incubazione della salmonella va da 5 a 72 ore e la guarigione avviene in pochi giorni, anche se i batteri vengono eliminati nelle feci della persona infettata anche fino a 4-5 settimane dopo la guarigione.

Consigli salutari
È importante che la sterilità e la salubrità degli alimenti a rischio salmonella, garantita da allevatori e commercianti, continui anche a casa propria. Per non incorrere in infezioni da salmonella, allora, è bene innanzitutto fare attenzione all’igiene nel frigorifero e in cucina in generale, evitare di tenere la carne a temperatura ambiente per troppo tempo, cuocere bene qualsiasi alimento a rischio, lavare i gusci delle uova prima di maneggiarle (il batterio infatti contamina il guscio ed è quando questo viene utilizzato che i germi vengono a contatto con albume e tuorlo contaminandoli) oppure evitare di consumare uova con gusci rotti.
Bisogna fare attenzione soprattutto alla preparazione di quegli alimenti (per esempio, la maionese o il tiramisù) in cui le uova vengono consumate crude.
È anche importante conservare gli alimenti a temperature alle quali non è possibile che le salmonelle si moltiplichino, cioè in frigorifero oppure sopra i 65 gradi centigradi ed evitare di contaminare i cibi dopo la cottura, utilizzando magari utensili, posate o mani sporche con le quali si è maneggiata la carne cruda o altri alimenti a rischio. Rimango a disposizione per eventuali chiarimenti.

Che cos’è l’inquinamento luminoso?

Se nel passato l’avvento dell’energia elettrica ha permesso all’uomo di evolversi e svilupparsi, tuttavia oggi  si trova a fare i conti anche con gli svantaggi.
Ciò a cui si fa riferimento è l’inquinamento luminoso, ovvero l’insieme degli effetti della dispersione nel cielo notturno, di luce prodotta da sorgenti artificiali, che nel corso degli ultimi 30 anni è vertiginosamente salita del +10% annuo, nei paesi industrializzati. Unitamente all’inquinamento acustico , da calore ed elettromagnetico l’inquinamento luminoso è caratterizzato dall’ introduzione nell’ambiente di un fattore fisico in quantità tale da creare una perturbazione.
Le cause principali dell’aumento della luminosità del cielo notturno sono l’illuminazione di strade, edifici, impianti sportivi e attività pubblicitarie, ovvero tutta le emissioni dirette verso l’alto, in maggior misura quelle che vanno dalla linea dell’orizzonte a pochi gradi al di sopra di essa.

Gli effetti negativi più significativi:
- Modificazione paesaggistica (perdita della visione notturna)
- Deturpazione centri cittadini (interventi di illuminazione ad edifici non calibrati)
- Impossibilità da parte di astrofili e astronomi nell’osservare il cielo
- Alterazione del normale ritmo circadiano di vegetali e animali (alternanza giornaliera tra veglia e riposo)
- Ripercussioni sulla salute dell’individuo (alterazione ciclo della melatonina)
- Diminuzione sicurezza pubblica
- Dispendio economico ( spreco di illuminazione dovuto alla mancanza di un corretto dimensionamento degli impianti)

Per quanto riguarda il piano normativo, in assenza di una politica comunitaria in materia, occorre rivolgersi alla disciplina nazionale e locale, che a partire dagli anni ’90 ha subito una sensibilizzazione nei confronti di questo fenomeno.


Come valutare il rischio da esposizione a luce solare?
L’esposizione a UV in ambiente outdoor può variare in relazione ai seguenti fattori: orario della giornata, zona geografica in cui avviene l’esposizione (tropici, zonesubtropicali, zone temperate, ecc.), condizioni metereologiche, altitudine, grado di diffusione delle radiazioni nell’atmosfera, grado di riflessione delle radiazioni da parte delle superfici circostanti (sabbia, neve, ecc.).
Vi sono dei sistemi informativi territoriali (GIS) nel settore del monitoraggio di parametri ambientali e della formulazione di previsioni nei settori della meteorologia e dell’agrometereologia, la cui consultazione può fornire parametri importanti per la valutazione e la previsione delle esposizioni giornaliere a UV.
L'Indice UV è un indice che basandosi sulla posizione del sole, sulla nuvolosità prevista, sull'altitudine, sui dati dell'ozono, predice l'intensità della radiazione ultravioletta solare giornalmente. La scala dell'indice UV va da un minimo di 1 ad un massimo di 12, più l'indice è alto, più forte è l'intensità degli UV.
Negli Stati Uniti ed in Australia è presente un servizio di previsioni giornaliere dell'intensità stimata della radiazione ultravioletta solare e l'indice UV viene riportato nei giornali insieme alle previsioni del tempo.
Previsioni dell'indice UV per l'Italia possono essere reperite collegandosi via Internet a vari siti specifici, quale ad esempio quello del Servizio di previsione e informazione degli indici solari nella conca mediterranea gestito dall' Istituto francese ACRI (Mecanique des fluides, observation de la terre, sciences de l'environnement), consultabileall'indirizzo
http://www.enviport.com.
Un sopralluogo dell'ambiente di lavoro e la raccolta dei dati sugli orari di lavoro, le pratiche di lavoro e le procedure possono fornire importanti elementi per la valutazione del rischio da UV.

A causa della variabilità delle condizioni meteorologiche e delle modalità di esposizione, che possono essere molto diverse nel corso di una giornata lavorativa, dare una corretta valutazione quantitativa della dose assorbita da un lavoratore esposto può risultare molto complesso. Per questo motivo è opportuno quantificare l’esposizione personale mediante dosimetri. Esistono diverse classi di dosimetri personali. tra questi:
-
dosimetri elettronici con rilevatore a stato solido,
- dosimetri basati sul metabolismo di colonie batteriche,
- dosimetri che utilizzano la fotodegradazione di sostanze chimiche

Che cos’è un solvente?

Un solvente dal punto di vista chimico è una sostanza che ha la capacità di scioglierne  un’altra (o altre) per formare una soluzione (miscela omogenea).
Nella soluzione il solvente è il componente che è presente in quantità largamente superiore, oppure è quello che determina la stato fisico della materia della soluzione (esempio solido, liquido, gassoso).
I solventi sono solitamente, ma non sempre, liquidi. Possono essere anche gassosi o solidi. Le soluzioni liquide che non contengono acqua come solvente, sono chiamati “soluzioni non acquose”


Cosa sono i solventi organici?

Il gruppo di solventi liquidi non acquosi, più comunemente utilizzato, è quello dei solventi organici.
Questi appartengono usualmente ai seguenti gruppi di sostanze chimiche: alifatici, aromatici, alcool, ai glicoli, ai chetoni ed agli esteri.
I solventi organici sono formati da idrocarburi e sostanze legate. La maggior parte dei solventi usati industrialmente è volatile.
In accordo con la definizione della direttiva EU-VOC un composto è volatile se la pressione di vapore è più alta di 0,1 mbar a 20° C.
A questa pressione la concentrazione di VOC (composti organici volatili) dell’aria interna da aspettarsi è nell’ordine dei mg/m3


Quanto sono pericolosi i composti volatili?

I solventi hanno diversi effetti sulla salute umana, in funzione del tipo di esposizione che può avvenire attraverso vapore, nebbia, o forma liquida.
I solventi possono entrare nel corpo attraverso inalazione, ingestione e attraverso la pelle.
La via attraverso la quale i solventi possono entrare nel corpo dipende dalla volatilità e dalla solubilità dei grassi del solvente e gli effetti dannosi alla salute sono specifici per ciascun tipo di solvente; questi possono includere:

- Un effetto narcotico, causando fatica e vertigini. Alte dosi possono portare alla perdita di conoscenza e alla morte. Esposizione a larghe dosi di solventi possono rallentare il tempo di reazione e influenzare un giudizio razionale. Questo può incrementare il rischio di incidenti sia al lavoro che esternamente, come nel traffico sulla via di ritorno verso casa.
- Irritazione degli occhi e del tratto respiratorio
- Dermatiti o altri problemi della pelle. I solventi poliscono e sgrassano non solo i prodotti nei processi ma anche la pelle.
- Danneggiare il fegato, i reni, il cuore, i vasi sanguinei, il midollo osseo e il sistema nervoso( esempio encefalopatia cronica). I solventi possono penetrare la pelle ed entrare nella circolazione sanguinea.

Per avere effetti diretti sulla salute dopo una singola esposizione generalmente deve esserci un alto livello di esposizione, mentre prolungati e ripetuti bassi livelli di esposizione possono portano
ad effetti sulla salute dopo un lungo periodo.
I solventi possono anche portare rischi alla sicurezza oltre che alla salute.
La maggior parte dei solventi sono volatili e infiammabili e devono essere sempre maneggiati con cura.
Alcuni solventi producono vapori che sono più pesanti della aria; questi vapori possono fluire a terra o nel caso peggiore in spazi dove possono essere incendiati per  ignizione per mezzo di scintille di saldatura o di elettricità statica.
I vapori possono anche essere accesi a causa del “Fumo”.
I vapori dei soventi possono anche essere allocati in spazi confinati, e stare in questi luoghi per lungo tempo, presentando rischi per la salute.
I pericoli ambientali associati alle emissioni dei solventi organici comprende l’incremento dell’ozono atmosferico nei presso del suolo attraverso un ossidazione Fotochimica. ( smog estivo).
Alcuni tra i solventi organici del resto impoveriscono gli alti strati di ozono e perciò, la loro produzione è controllata per proteggere gli strati di ozono nella alta atmosfera.
L’uso di solventi è anche un rischio potenziale la contaminazione del suolo e dell’acqua.
La popolazione può essere esposta anch’essa ai solventi per le concentrazione trasportate dal vento nell’aria circostante.
Per l’Unione Europea la politica per prevenire i pericoli derivanti dai composti organici volatili deve seguire la direttiva 1999/13/EC del 11 Marzo 1999 sulla limitazione delle emissioni di composti organici volatili dovute all’utilizzo di solventi organici in certe attività e installazioni.

Il rischio di salute per l’esposizione ai solventi dipende dallo specifico solvente e dal livello di esposizione. I solventi differiscono nelle loro potenzialità di nuocere alla salute.

Cosa è il rischio biologico ?

I microrganismi trasmissibili sono classificati, sulla base dei criteri proposti dal D.Lgs. 626/94, in quattro classi di pericolosità.
Nelle situazioni dove é previsto un uso deliberato di questi agenti biologici è logico, opportuno e necessario, adottare a priori una serie di misure tecniche preventive e di contenimento, prescindendo - di fatto - dalla valutazione della reale entità del rischio; l’adozione di tali norme nelle altre attività presenta serie difficoltà poiché incerta é l’entità del rischio che l’esposizione potenziale comporta.
In questi casi il termine potenziale comprende l’eventualità di un possibile contagio, la cui occorrenza però è remota o non ben definibile in termini quantitativi.

É noto come la valutazione del rischio sia, in generale, costituita da due momenti:
- la valutazione del pericolo
- la valutazione del danno.

La stima della pericolosità e della dannosità degli agenti biologici presenti appare però di non semplice esecuzione, poiché resa difficile da una serie di limiti conoscitivi.
Molti dei concetti e delle metodologie ormai consolidate dall’Igiene Industriale per la valutazione dell’esposizione, ad esempio a sostanze chimiche, non sono infatti immediatamente trasferibili ai microrganismi:
- la varietà e l’ubiquitarietà delle specie batteriche e virali aerodisperse rendono il monitoraggio ambientale problematico. Risulta complicato quindi misurare i microrganismi aerodispersi con la stessa affidabilità con cui vengono ad esempio misurati gas e vapori di sostanze chimiche
- altrettanto difficoltoso é l’utilizzo del monitoraggio biologico nella valutazione dell’avvenuto contagio da microrganismi, poichè risulta molto articolata la risposta adattativa o immunitaria dell’organismo umano ospite
- non sono disponibili inoltre sicure relazioni dose-risposta (in termini di entità del contagio-infettività) per nessuno dei microrganismi di maggior interesse patologico o di larga trasmissibilità.

La mancanza di questa conoscenza non permette in buona sostanza:
- di definire delle dosi (sul modello dei TLV-TWA per le sostanze chimiche) che abbiano funzione di soglia per discriminare tra condizioni di presenza o assenza di rischio, o meglio, tra situazioni con grado di controllo accettabile o non accettabile
- di conoscere con buona approssimazione, ad una certa entità di esposizione (contagio), qual è la frequenza di danno atteso nel gruppo di soggetti esposti

Tuttavia, nonostante questi limiti, la stima del rischio risulta comunque essenziale e deve ricondursi a categorie conoscitive logiche e concretamente applicabili.
La “pericolosità biologica” di un ambiente di lavoro o di una specifica attività per un gruppo di soggetti é rappresentata:
- dall’esposizione al pericolo (in termini di intensità e durata)
- dalla frequenza o proporzione di soggetti che risultano operare in determinate condizioni espositive.

La scelta dei metodi di monitoraggio e degli indicatori di esposizione deve tenere conto:
- delle vie di esposizione,
- della possibilità di una misura diretta o indiretta della contaminazione ambienta
- dell’avvenuto contagio a seguito dell’evento espositivo.

In questi termini ad esempio la sieroconversione o il riscontro della malattia, possono essere utilizzate quali indicatori di avvenuta esposizione e sono da considerare approcci elettivi nei casi in cui la misura ambientale della contaminazione (aerodispersa o delle superfici) risulti difficile o dove la via di contagio sia prevalentemente parenterale.
La valenza a fini preventivi della rilevazione degli eventi accidentali o degli infortuni che comportano il possibile contagio con agenti biologici dotati di potenzialità infettiva, anche se effettuate a posteriori, risultano l’unica strategia perseguibile laddove il pericolo di contagio (esposizione) non sia presente come condizione intrinseca nel ciclo produttivo o nell’attività svolta, ma nasca come evento accidentale, più o meno scarsamente prevedibile e spesso legato, oltre che alle caratteristiche del lavoro, anche alle caratteristiche individuali e alle attitudini lavorative del singolo.
In questo caso la pericolosità e la dannosità di un certo ambiente di lavoro o di una singola attività lavorativa forniscono delle stime di rischio per eventi o situazioni già verificatisi ed il rischio viene detto rischio osservato: osservato per distinguerlo dalla situazione opposta di rischio atteso in cui il pericolo, pur presente al momento della valutazione, non é abbinato al danno, ma la cui comparsa é attesa in un tempo successivo.
É complicato effettuare stime di rischio atteso, poiché diventa difficile misurare l’entità dell’esposizione ed é quasi impossibile stimare quale sarà il reale danno ad esse associato.

Il rischio osservato, quindi, va necessariamente calcolato stimando la pericolosità e la dannosità già manifestatesi, osservate con accurati programmi:
- di monitoraggio degli eventi accidentali e degli infortuni a rischio
- di sorveglianza dello stato di salute della popolazione esposta.

Questo perché, nella pratica corrente, gli agenti biologici presenti non sono tali da generare un’alta frequenza di danno, pure a fronte di un’alta frequenza di situazioni di pericolo.
Spesso, anche se solo per fini preventivi, é utile assumere che il contagio sia molto pericoloso: così, ad esempio, la puntura con un ago sicuramente infetto viene considerata come se fosse un evento portatore di malattia certa.
L’esperienza invece indica che le sieroconversioni o la comparsa di malattia raggiungono proporzioni sempre inferiori all’unità (percentuali di sieroconversione variabili dal 15 al 30% per l’epatite B, dal 3 al 15% per l’epatite C, 0,5% per l’HIV).

Analogamente può essere utile approssimare all’unità anche la frequenza del pericolo: é questo il caso, ad esempio, in cui ogni evento infortunistico che comporta la puntura con ago o la ferita con materiale tagliente viene considerato un evento infettante cui consegue una infezione certa.
Va però sottolineato che mentre queste valutazioni precauzionali delle condizioni di rischio risultano giustificate in situazioni di lavoro particolari, possono risultare eccessive se applicate alla normale realtà almeno fintanto che la prevalenza delle malattie trasmissibili rimanga agli attuali valori e non mostri macroscopici incrementi di incidenza.
Infine é da ricordare che, nell’ottica della riduzione ed abbattimento del rischio biologico, per molti agenti biologici l’esistenza di una profilassi vaccinale rappresenta un intervento di protezione efficace.

 

 

Cosa è la legionellosi e come si trasmette?

La malattia dei legionari e' stata identificata per la prima volta in seguito ad una grave epidemia avvenuta nel 1976 in un gruppo di ex combattenti dell'American Legion (da qui il nome della malattia) che avevano partecipato ad una conferenza al Westin Hotel di Philadelphia, negli Stati Uniti. Da allora in vari Paesi e' stato attivato un sistema di sorveglianza della malattia.
In Italia, per i casi di legionellosi, con decreto del Ministro della sanita' del 15 dicembre 1990, e' prevista la notifica obbligatoria in classe II. La malattia, inoltre, e' sottoposta ad un programma di sorveglianza speciale, di cui all'accordo Stato-Regioni, atto rep. n. 936 del 4 aprile 2000, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 5 maggio 2000 - serie generale - n. 103.
In Europa, nel 1986, si e' costituito il Gruppo di lavoro europeo per le Infezioni da Legionella (EWGLI) e nel 1987 i membri di questo gruppo hanno iniziato un'attivita' di sorveglianza per i casi di legionellosi associati a viaggi in Europa. Lo EWGLI e' ancora oggi composto da un gruppo di esperti internazionali che, tra i vari obiettivi, condividono quello comune di prevenire nei cittadini europei la legionellosi associata ai viaggi.

Lo schema di sorveglianza, nominato EWGLINET nel 2002, e' ora ufficialmente inserito nell'ambito del programma europeo per il controllo delle malattie trasmissibili e prevede la notifica ad un centro coordinatore, in Londra, di tutti i casi di legionellosi presumibilmente acquisita durante un viaggio.

La legionellosi e' una grave forma di polmonite causata da batteri appartenenti al genere Legionella. Legionella e' un microrganismo ubiquitario, ampiamente diffuso in natura, dove si trova principalmente associato alla presenza di acqua. E' stata isolata dall'acqua naturale di fiumi, laghi e serbatoi, a bassa concentrazione. Concentrazioni elevate possono essere rilevate in sistemi di acqua condottata, sottoposti ad inadeguata manutenzione, o in impianti di climatizzazione dell'aria costituiti da torri di raffreddamento, condensatori evaporativi o umidificatori dell'aria.

Modalità di trasmissione

La legionellosi viene generalmente contratta per via respiratoria, mediante inalazione o microaspirazione di aerosol in cui e' contenuto il batterio. L'aerosol si forma attraverso le minuscole gocce generate dallo spruzzo dell'acqua, o dall'impatto dell'acqua su superfici solide. Piu' le goccioline sono piccole, piu' sono pericolose; gocce d'acqua con un diametro inferiore a 5\mu raggiungono piu' facilmente le basse vie respiratorie.

L'aerosol puo'essere generato da:
- apertura di un rubinetto o di una doccia;
- vasche per idromassaggio e piscine;
- bagni turchi e aree adibite a sauna;
- torri di raffreddamento/condensatori evaporativi;
- fontane ornamentali, specialmente se collocate in ambienteinterno;
- impianti di irrigazione di giardini;
- acque di scarico di impianti igienici.

A tutt'oggi non e' dimostrato che la malattia si possa contrarre bevendo acqua contaminata e sembra esclusa la trasmissione diretta tra uomo e uomo.

 

 

Cosa è l’ipoacusia?

Si definisce ipoacusia da rumore una sordità che interessa i due orecchi causata dalla continua e prolungata esposizione al rumore.
Il rumore viene generalmente definito come un suono indesiderabile. I rumore è una sensazione prodotta nell'orecchio da vibrazioni dell'aria o di qualsiasi altro ambiente. Può essere anche percepito per contatto diretto con oggetti in vibrazione. L'essere umano percepisce i suoni la cui frequenza è compresa tra 16 Hz e 20 000 Hz. Il rumore è un agente fisico potenzialmente lesivo per l’intero organismo. I danni da rumore si distinguono in:

1) Danni uditivi:      
a) trauma acustico acuto (da rumore impulsivo cioè molto breve e molto intenso.
b) trauma acustico cronico (più frequente) per esposizione prolungata a livelli sonori elevati
2) Danni  extra – uditivi

La sordità da rumore ha la caratteristica di colpire dapprima le alte frequenze, manifestandosi inizialmente all’esame audiometrico con una caduta sui 4000 Hz seguita da una risalita alle frequenze più elevate. Questo conferisce al tracciato audiometrico una morfologia particolare detta “a cucchiaio”.
Inoltre in questa fase la perdita di udito non viene notata dal paziente, essendo lontana dalle frequenze del parlato, tutt’al più il soggetto può notare (o essere indotto a notare) fenomeni come il “non sentire più l’orologio o la suoneria del telefono”.
Questo interessamento elettivo delle frequenze intorno a 4.000 Hz viene spiegato con una particolare vulnerabilità delle cellule del giro basale della coclea (dove sono “localizzate” le alte frequenze), che viene attribuito a ragioni circolatorie (zona di confine tra due territori arteriosi) o a fenomeni locali di risonanza.
Aggravandosi il danno con il protrarsi dell’esposizione il deficit si estende coinvolgendo progressivamente le alte frequenze, soprattutto quelle più basse, fino ad interessare le frequenze del parlato. Possiamo quindi riconoscere schematicamente nell’evoluzione del danno da rumore diverse fasi:
I periodo: dura per i primi 10-20 giorni di esposizione al rumore; sono presenti acufeni a tonalità acuta e sensazione di “orecchio pieno”, lieve cefalea, senso di fatica e di intontimento alla fine del turno di lavoro; alla fine di questo periodo iniziale i sintomi tendono ad attenuarsi.
II periodo: dura da mesi ed anni; in questa fase la sintomatologia soggettiva è completamente muta e il danno uditivo è rilevabile solo mediante audiometria.
III periodo: è la fase in cui il soggetto comincia ad accorgersi di perdere l’udito
IV periodo: il deficit uditivo diventa grave, compare il fenomeno del recruitment: un segnale acustico ad un certo livello di intensità non è udito affatto, ma basta un incremento di pochi dB perché venga percepito molto forte, distorto e particolarmente fastidioso, ci sono acufeni persistenti, fugaci vertigini rotatorie, senso di incertezza nella deambulazione

 

 

Cos’è la formaldeide e perché la ritroviamo nei mobili?

La formaldeide è un gas incolore volatile e solubile in acqua dal forte e pungente odore ampiamente utilizzata nella produzione di resine a loro volta usate nella produzione di pannelli. A causa di fenomeni chimici, chiamati di idrolisi, la formaldeide viene liberata dalla resina di cui è composto il pannello e rilasciata nell’aria nel corso degli anni con conseguenze dannose per la nostra salute. L’esposizione alla formaldeide può provocare dermatiti da contatto, asma, oltre a disturbi psicologici e neurologici come la perdita della memoria a breve termine.
L’ADUC (associazione per i diritti degli utenti e consumatori) consiglia di evitare l'acquisto di mobili con formaldeide cercando quelli con il marchio CQA-Formaldehyde E1 che contraddistingue le produzioni di pannelli a bassa emissione di formaldeide, rispondenti ai requisiti imposti dalle normative internazionali in materia.
Se si scopre o si sospetta di avere mobili che rilasciano formaldeide, il consiglio è di migliorare la ventilazione (mantenendo un’umidità pari al 40%-60%) e utilizzare piante (come la dracena, l’aloe, il clorofito, il crisantemo, la gerbera, il giglio, la peperomia, la sansevieria o il ficus) che per loro natura sono in grado di metabolizzare sostanze chimiche pericolose presenti nell’aria delle stanze.

 

 

Quali sono i rischi collegati all’esposizione a vibrazioni?

Un qualunque sistema meccanico produce oscillazioni che possono essere trasmesse all’operatore sia attraverso l’impugnatura di particolari apparecchiature, sia attraverso delle superfici con cui un soggetto viene a contatto e producono vibrazioni definite SISTEMA MANO-BRACCIO (relativo alle suddette parti corporee) e SISTEMA di vibrazioni al CORPO INTERO ( l’intero corpo subisce la vibrazione).

L’esposizione a vibrazioni al sistema mano-braccio può essere determinata da:
- Macchine utensili portatili dotate di impugnatura. Ad esempio nell’industria metalmeccanica da avvitatori, o in carpenteria da smerigliatrici, nelle attività estrattive da martelli demolitori, nei laboratori per la lavorazione del marmo o del travertino (scalpelli, frese) o nelle attività forestali (motoseghe)
- Impugnatura di manufatti in metallo, legno, plastica, sottoposti a processi di lavorazione mediante smerigliatrici da banco, seghe circolari o a nastro,cesoie.In questo caso la vibrazione emessa dall’apparecchiatura viene trasmessa prima al pezzo da lavorare e da questo all’operatore
- Macchine agricole quali ad esempio motocoltivatori, motofalciatrici, tosaerba che vengono condotte dagli operatori che le seguono a terra
- Mezzi mobili o mezzi di trasporto che trasmettono vibrazioni attraverso il sistema di guida ( volante, manubrio, barra…)

PATOLOGIE DA VIBRAZIONE
L’esposizione a vibrazioni del sistema mano-braccio è associata ad un aumentato rischio di insorgenza di lesioni vascolari, neurologiche e muscolo scheletriche definita:

“Sindrome da Vibrazione Mano-braccio”.
- Componente vascolare:
è rappresentata da una forma definita, ossia la sindrome del dito bianco. Le dita appaiono  pallide, sempre più esposte a basse temperature, a talvolta in casi cronici con vere e proprie alterazioni della pelle e delle unghie.
- Componente neurologica:
caratterizzata dalla presenza di formicolii, bruciori o perdita di sensibilità delle dita, espressione di una patologia dei nervi periferici.
- Componente osteoarticolare:
comprende lesioni degenerative a carico delle ossa e delle articolazioni degli arti superiori, in particolare a livello dei polsi e dei gomiti (artrosi)

Le vibrazioni al corpo intero, recano più facilmente lombalgie e traumi del rachide.
Spesso l’esposizione a vibrazioni è associata a freddo, movimenti, e sforzi ripetuti degli arti superiori, elevata forza di pressione, posture incongrue.

ANGIOPATIA e OSTEOARTROPATIA da vibranti sono riconosciute dalla Commissione dell’Unione Europea e dalla legislazione come malattie professionali.

LEGISLAZIONE
Attualmente in Italia non esistono ancora norme complete riferite esclusivamente al rischio da vibrazione meccanica. Tuttavia l’obbligo generale di valutare i rischi e di attuare le misure di prevenzione previsto dal dlgs 626/94 è valido anche per l’esposizione professionale alle vibrazioni.
Il recepimento della Direttiva Europea 2002/44Ce che dovrà avvenire entro il 6 Luglio 2005 consentirà un pieno sviluppo delle attività di prevenzione dei rischi da vibrazioni meccaniche.
Tale direttiva contiene le prescrizioni minime di sicurezza e salute, e le misure preventive per ridurre l’intensità del rischio.

COME VALUTARE IL RISCHIO
-
Identificare le fasi lavorative comportanti esposizione a vibrazioni e valutare i tempi di esposizione effettiva a vibrazioni associati a ciascuna fase
- Individuare macchinari ed utensili utilizzati in ciascuna fase

MISURE  DI PREVENZIONE
- scegliere macchine, utensili o attrezzature che vibrano meno
- mantenere tutte le attrezzature in buone condizioni di manutenzione
- limitare la durata dell’esposizione anche prevedendo delle pause
- intervenire sui metodi e le postazioni di lavoro
- proteggere le mani dal freddo e dall’umidità

 

 

Quali sono i rischi connessi alle onde elettromagnetiche prodotte da i telefoni cellulari?

L’esposizione dell’uomo a campi elettromagnetici è un fenomeno antico,sono da sempre stati presenti in natura, eppure solo recentemente con lo sviluppo delle reti di telecomunicazione, si è trasformato in una tematica di strettissima attualità tale da portare a coniare termini quali inquinamento elettromagnetico o elettrosmog ormai entrati di diritto nel linguaggio comune.
In questi ultimi anni si è dovuto registrare, quale effetto collaterale, indiretto e indesiderato di tale settore, un’esponenziale crescita delle fonti di esposizione a tale forma di “inquinamento” che ha portato l’opinione pubblica a prestare particolare l’attenzione alla massiccia diffusione ed utilizzo da parte degli utenti di telefoni cellulari.
I campi elettromagnetici (CEM) derivano dalle cariche elettriche e dal loro movimento, l’oscillazione di queste ultime produce campi elettrici e magnetici che si propagano sotto forma di onde elettromagnetiche.
Ognuna di esse è caratterizzata da una specifica frequenza che rappresenta il numero di oscillazioni compiute nell’unità di tempo (1 secondo) e viene misurata in cicli al secondo o Hertz (Hz): più alta sarà la frequenza e maggiore sarà l’energia trasportata dall’onda.
I telefoni cellulari costituiscono una rilevante parte del sistema della rete radiomobile: sono dispositivi a bassa potenza in grado di ricevere e trasmettere la radiazione elettromagnetica nella banda delle microonde.
La diffusione sempre più massiccia e consistente del loro uso ha suscitato un sempre maggior interesse sotto il profilo sanitario in riferimento ai possibili danni per la salute che l’impiego di questi dispositivi specie per lunghi lassi di tempo potrebbe causare.
L’epidemiologia misura l’intensità del campo elettromagnetico attraverso due tipi di unità:  volt al metro (V/m: unità di misura del campo elettrico) oppure watt per metro quadrato (W/m2: unità di misura della densità di potenza), in questo secondo caso la densità di potenza diminuisce proporzionalmente al quadrato della distanza dalla stessa.
La grande attenzione che la comunità scientifica aveva riversato sui campi elettromagnetici e sull’opportunità di condurre studi approfonditi atti a valutarne la pericolosità per la salute dell’uomo era giustificata dalla convinzione rimasta in vigore per molti anni e responsabile di aver suscitato preoccupazione negli utenti secondo cui i campi elettromagnetici a radiofrequenze (come i cellulari) sarebbero stati in grado di favorire un processo di proliferazione di cellule tumorali già in atto indotto da altri cancerogeni.
Questa opinione basava la sua fondatezza sul fatto che la testa dell’utente si trova praticamente a contatto con l’antenna e questo comporta un’esposizione ed un assorbimento di potenza decisamente elevato.
Allo scopo di indirizzare gli utenti di telefonia cellulare verso un corretto uso degli apparecchi a livello nazionale ed internazionale sono state elaborate una serie di linee guida proprio per evitare che l’esposizione determini aumenti locali della temperatura.
In realtà, i dati derivanti dagli studi epidemiologici hanno dato luogo a risultati contraddittori, in particolare l’attenzione degli studiosi si è concentrata essenzialmente sulla ricerca di relazioni causali tra l’insorgenza di tumori cerebrali e l’uso dei telefoni cellulari.
E’opportuno ricordare due studi rappresentativi su tutti pubblicati tra la fine del 2000 e l’inizio del 2001: le evidenze epidemiologiche hanno escluso che una prolungata esposizione possa determinare l’insorgenza della patologia neoplastica cerebrale.
Si deve però tener conto che le corti coinvolte negli studi erano in entrambi i casi rappresentate da gruppi di pazienti con età superiore ai 18 anni, da qui pertanto si ritiene che un sistema nervoso non ancora completamente sviluppato potrebbe essere maggiormente sensibile all’effetto della radiazione, ed è su questo rilievo che si basa la raccomandazione sostenuta anche dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) di vietare l’uso dei telefonini ai bambini.
La stessa OMS sostiene l’evidenza epidemiologica di una non provata capacità delle radiofrequenze di favorire forme tumorali senza però dimenticare che si tratta di un settore caratterizzato da un costante aumento delle fonti di esposizione che quindi suggeriscono l’adozione di politiche cautelative soprattutto in relazione a soggetti in crescita come i bambini.

 

 

Cosa sono gli amianti?

Amianto o asbesto è un termine generico che indica un insieme di minerali fibrosi (silicati) appartenenti a due classi mineralogiche distinte, quella dei serpentini e quella degli anfiboli, che presentano alcune differenze nella composizione chimica e nella forma cristallina. La legge italiana (Legge 257/1992) che ha bandito "l'estrazione, l'importazione, la commercializzazione e la produzione di amianto, di prodotti di amianto o di prodotti contenenti amianto" definisce amianti sei minerali utilizzati industrialmente (crisotilo, crocidolite, amosite, tremolite, attinolite e antofillite).

 

 

Che cosa rende pericolosi gli amianti?

L'amianto diventa pericoloso quando le fibre di cui è costituito si frammentano per cause naturale o per l'azione dell'uomo, e si liberano nell'aria. Le fibre più sottili e leggere che possono restare sospese nell'aria anche per molte ore e giorni a seconda delle condizioni atmosferiche, se respirate per un periodo di tempo significativo, possono raggiungere i polmoni dove, in particolari condizioni metaboliche del soggetto interessato possono dar luogo ad alcune patologie importanti e specifiche riconducibili al mesotelioma pleurico e al cancro. Il mesotelioma sembrerebbe correlato più al tipo di fibra che all'entità dell'esposizione e sarebbe determinato soprattutto dagli anfiboli. Esposizioni anche di modesta entità ma significative agli anfiboli comporterebbero un rischio apprezzabile, perché tali fibre (la crocidolite in particolare) rigide, fragili, rettilinee, possono più agevolmente migrare dai polmoni verso la pleura. Al contrario, le fibre lunghe, flessibili e curve del crisotilo non migrerebbero in quantità sufficiente a provocare la risposta neoplastica.

 

 

Tutte le fibre di amianto sono ugualmente pericolose?

Numerosi studi scientifici hanno dimostrato che la pericolosità del crisotilo (amianto da serpentino) è inferiore a quella degli altri amianti (anfiboli), in particolare a quella della crocidolite e della amosite. Si pensa che questo sia dovuto in parte alla diversa composizione chimico mineralogica ed in parte alla minore permanenza nell'organismo umano (biopersistenza) del crisotilo. Numerosi paesi continuano ad estrarre, lavorare e commerciare crisotilo (es Canada) e vi sono pressioni in USA per riconsiderarne l'utilizzo. Tuttavia c'è consenso della comunità scientifica nel considerare tutte le forme di amianto cancerogene ed usare nei confronti di esposizioni al crisotilo le medesime precauzioni previste per gli altri amianti.

 

 

Quali possono essere le conseguenze dell’esposizione all’amianto?

L'amianto rappresenta un rischio per la salute quando le fibre di cui è costituito restano sospese nell'aria e per questa ragione possono essere presenti in ambienti di lavoro e di vita. Il rilascio di fibre nell'ambiente può avvenire in occasione di una frantumazione di minerali contenenti amianti o naturalmente come nel caso terreni contenenti fibre libere o di materiali friabili, usurati o sottoposti a vibrazioni, correnti d'aria, urti . L'esposizione significativa alle fibre di amianto è associata a malattie dell'apparato respiratorio (asbestosi, carcinoma polmonare) e delle membrane sierose che rivestono gli organi interni del torace e dell'addome, principalmente la pleura (mesoteliomi). Queste malattie possono insorgere dopo molti anni dall'esposizione: da 10 - 15 per l'asbestosi ad anche 20 - 40 per il carcinoma polmonare ed il mesotelioma. Per l'asbestosi ed il mesotelioma non si conoscono altre cause oltre all'esposizione ad amianto o ad altre fibre minerali.

 

 

In che quantità l’amianto può essere pericoloso per gli esseri umani ?

L'amianto è naturalmente presente nell'ambiente in cui viviamo in basse concentrazioni di circa 0,01 - 0,1 fibre per litro d'aria (http://www.atsdr.cdc.gov/asbestos/asbestos_whatis.html). Nei centri urbani sono sempre presenti a basso livello fibre di amianto e, secondo la legislazione vigente in Italia, un locale bonificato (da cui l'amianto è stato rimosso) deve contenere meno di due fibre per litro di aria (D.M. 6/9/1994) valutato al microscopio elettronico. L'ente di controllo statunitense (OSHA - Cancer & Lung Disease Hazard [29 CFR 1910.1001]) ha fissato nel valore di 100 fibre per litro d'aria la soglia a cui i lavoratori possono essere esposti. L'Unione Europea ha adottato lo stesso limite per le esposizioni dei lavoratori, e questo valore è stato recepito anche in Italia. Per gli ambienti esterni, non lavorativi, la normativa italiana non prevede un limite esplicito

 

 

Come si misura la quantità di fibre nell’aria ?

Per la valutazione delle fibre disperse in aria di amianto, un determinato volume d'aria è aspirato con una apposita pompa volumetrica munita di un filtro in grado di trattenere il particolato. Il numero di fibre raccolte sul filtro viene conteggiato con il microscopio ottico (MOCF, microscopio ottico a contrasto di fase) o con il microscopio elettronico (SEM-EDS, microscopio elettronico a scansione dotato di sonda per l'analisi elementare). Con quest'ultimo è possibile distinguere, in maniera certa ed inconfutabile, le fibre d'amianto dalle altre eventualmente aspirate dalla pompa ( nell'ambiente si trovano infatti numerose fibre dei più svariati materiali, assai diverse dagli amianti). Vi sono delle precise regole geometriche per definire quali fibre debbano essere conteggiate in base al loro diametro e alla loro lunghezza.. Il DL 277/91 stabilisce infatti che vengano conteggiate tutte le fibre che hanno lunghezza superiore a 5 millesimi di millimetro (5 µm), diametro inferiore a 3 millesimi di millimetro (3 µm) e con un rapporto lunghezza diametro superiore o uguale a 3:1, in quanto ritenute più pericolose di quelle con lunghezza inferiore (che vengono allontanate più facilmente dai polmoni) o diametro superiore (che non arrivano agli alveoli polmonari).

 

 

Come si può essere esposti all’amianto?

Tutti siamo costantemente esposti a basse concentrazioni di fibre d'amianto. In un litro d'aria ci sono generalmente tra le 0,01 e le 0,1 fibre. Questi valori sono, in media, più alti nelle aree urbane o industriali. Nel nostro paese, storicamente, la maggior parte delle esposizioni all'amianto sono state di carattere occupazionale (lavoratori dell'amianto esposti) e para-occupazionale (parenti dei lavoratori). Altre esposizioni possono aver luogo ancora oggi a causa della presenza di siti in cui l'amianto è stato estratto, lavorato o messo in opera. Tali esposizioni sono dette ambientali-antropiche. L'esposizione all'amianto proveniente da fonti naturali (esposizione ambientale-naturale) riguarda quelle zone del territorio in cui le fibre sono presenti nelle rocce e nei suoli sciolti. Non esistono prove che questo tipo di esposizione in ambiente non confinato rappresenti un rischio concreto per la salute di coloro che vengono a contatto con queste fibre sia in maniera episodica che continuativa.

 

 

L’esposizione ad una singola fibra di amianto può essere pericolosa?

Questa espressione, a fronte del fatto che l'amianto è naturalmente presente nell'ambiente in cui viviamo in basse concentrazioni (tra 0,1 e 1 fibra litro) non ha chiaramente senso, considerando che un essere umano adulto respira tra i 10000 e le 20000 litri di aria al giorno . Essa si origina dal fatto che esaminando la relazione tra entità dell'esposizione e numero di tumori osservati - studiate in dettaglio nei casi di esposizioni massicce - non si identifica "una soglia" cioè un limite al di sotto del quale un eccesso di tumori non è più osservabile. La relazione quantitativa tra dose e risposta, ricavata da osservazioni su gruppi fortemente esposti, viene allora applicata anche alle basse esposizioni. In questo modo, per definizione, il rischio non è mai considerato nullo, finché l'esposizione non è pari a zero. La probabilità di contrarre un tumore dovuto all'amianto dipende comunque in modo diretto dall'intensità e dalla durata dell'esposizione, oltre che dal periodo trascorso dal suo inizio, poiché le fibre possono conservarsi nei polmoni per decine di anni. Il rischio che si attribuisce, in base alle previsioni della relazione dose-risposta, alle basse concentrazioni sopra riportate non è valutabile, proprio perché troppo esiguo, con gli attuali metodi di studio epidemiologico.

 

 

L’amianto è pericoloso se toccato?

L'amianto non può essere assorbito dall'organismo attraverso la pelle. Toccare una roccia che contiene amianto non è dannoso per la pelle. Per i lavoratori esposti al contatto con grandi quantità di fibre, si può verificare una leggera irritazione caratterizzata da sensazione di "punzecchiamento" e prurito, dovuta alla forma fibrosa dell'amianto, tipica, per altro, di molte fibre anche non dannose alla salute, come ad es. le fibre di vetro

 

 

Quali precauzioni bisogna prendere per i lavoratori esposti all’amianto?

Le tecnologie a disposizioni per operare in sicurezza in presenza di amianto come per altre sostanze pericolose potenzialmente presenti in ambienti di lavoro sono conosciuti ed esistenti ed ampiamente utilizzati all'estero. Le tecnologie principali sono rivolte alla riduzione delle fibre poste in aria attraverso la riduzione della quantità di materiale fine che viene prodotto durante lo scavo di gallerie, l'abbattimento della polverosità con docce d'acqua all'interno delle aree di scavo e il trattamento delle acque in appositi impianti di depurazione che possono trasportare fibre amiantifere all'esterno dell'area di lavoro. Apposite norme tecniche definiscono i criteri di allestimento e conduzione di questi cantieri con un approccio di protezione dalle fibre di amianto che prevede contemporaneamente: l'incapsulamento con prodotti vernicianti/impregnanti dei materiali contenenti amianto; la massima protezione delle vie respiratorie degli addetti con dispositivi di protezione individuale (DPI) adeguati; la costante rimozione dell'inquinante mediante aspirazione ed espulsione dell'aria all'esterno dei cantieri previa filtrazione assoluta.

 

 

 

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