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FAQ
sull'applicazione dei D.Lgs. 187/05 e 195/2006 |
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D.Lgs.
187/2005 e 195/2006 sulla prevenzione e protezione dei rischi dovuti
all'esposizione a vibrazioni ed a rumore nei luoghi di lavoro -
Prime indicazioni applicative
19 pagg. a cura del Coordinamento Tecnico per la sicurezza nei
luoghi di lavoro delle Regioni e delle Province autonome - dicembre
2006 |
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| Che
cosa è il monitoraggio biologico? |
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Con
monitoraggio biologico si intende il controllo degli esseri umani in
relazione all’inquinamento ambientale.
Le sostanze contenute nell’aria si introducono nell’organismo
umano, o per inalazione o assorbite dalla pelle, si sciolgono nel
sangue e vengono distribuite alle cellule del corpo esplicando
effetti negativi, più o meno gravi in base alla loro tossicità e
alla quantità assorbita.
Il corpo per reazione cerca di eliminare queste sostanze
modificandole chimicamente, cioè formando dei metaboliti, per
estrometterle disciolte nell’urina. Effettuando un prelievo è
possibile identificare la dose assorbita e indirettamente la
concentrazione della sostanza che era presente nell’ambiente.
La sostanza e i suoi metaboliti sono definiti "indicatori
biologici di esposizione". Gli studi di tossicologia dicono
quali molecole cercare, dove (sangue o urina), quando (per quanto
tempo permangono nell’organismo dopo l’esposizione) e con quali
tecniche identificarle e quantificarle.
Un caso particolare di monitoraggio biologico è quello che viene
effettuato sui lavoratori al fine di valutare la loro esposizione ad
agenti chimici presenti nell’ambiente di lavoro.
In ambito lavorativo vi sono alcuni aspetti per i quali il
monitoraggio biologico fornisce risultati migliori rispetto a quello
ambientale:
- permette di rilevare la presenza di quelle sostanze a cui il
lavoratore è esposto per solo contatto cutaneo, che non sono
presenti nell’aria quindi non inalabili, di conseguenza non
identificabili con il monitoraggio dell’aria.
- e’ indispensabile in caso di esposizioni impreviste dovute a
incidenti perché può essere fatto diverse ore dopo
l’esposizione.
- Permette di identificare e tutelare i soggetti più a rischio
perché ad uno stesso risultato di monitoraggio ambientale saranno
associati diversi risultati del monitoraggio biologico dovuto al
fatto che le caratteristiche dei singoli individui possono portare a
differenze di assorbimento di una sostanza a parità di esposizione.
La legge italiana per mezzo del decreto legislativo 25/2000 prevede
il monitoraggio biologico per alcune sostanze (ad oggi solo piombo e
suoi composti ionici), ma è prevedibile che aumentino perché un
decreto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali 26/2/2004
in recepimento di una direttiva europea, riporta una lista di valori
limite di Esposizione Professionale di 63 sostanze per cui sono
definiti i valori limite per le concentrazioni dell’aria e per i
quali dovranno essere stabiliti valori limite biologici, in
particolare è auspicabile che venga fatto per le sostanze con
possibilità di assorbimento cutaneo significativo.Prima della
emanazione della legislazione citata, i contratti di lavoro in
Italia facevano riferimento ai valori limite pubblicati dalla
Conferenza degli Igienisti Industriali Governativi Americani (ACGIH)
che stabilisce valori limite biologici (BEI) per oltre 38 sostanze o
gruppi di sostanze. Il criterio con cui sono stati determinati è
che rappresentino i valori dell’indicatore che è probabile
riscontrare nei fluidi biologici di lavoratori sani esposti per otto
ore, per cinque giorni la settimana, a una concentrazione di una
sostanza pari al valore limite dell’aria. I BEI sono indicatori di
dose interna per una esposizione inalatoria, tuttavia per alcune
sostanze, per le quali vi è probabilità significativa di
assorbimento cutaneo sono stati sviluppati anche secondo questo
criterio. Indicano la concentrazione al di sotto della quale la
maggior parte dei lavoratori non dovrebbe subire effetti negativi
per la salute, pur non rappresentando un netto confine tra
esposizione pericolosa e non. Non è previsto che si utilizzino come
misura di effetti avversi o per diagnosi di malattie professionali e
non sono applicabili per esposizioni non professionali.
Il monitoraggio biologico è una tecnica più recente rispetto al
monitoraggio ambientale e richiede professionalità
interdisciplinari e tecniche analitiche sofisticate. Il progresso
scientifico e tecnologico degli ultimi anni ha portato a molti studi
in tutto il mondo su questo argomento, riguardanti tutti i suoi
diversi aspetti che sono in continua evoluzione quali nuove sostanze
immesse sul mercato, inquinanti prodotti da nuove attività che
richiedono nuovi indicatori di esposizione; gli agenti di rischio
per i quali si richiede un monitoraggio biologico possono essere
oltre a quello chimico anche per le radiazioni luminose, lo stress,
il rumore o le radiazioni elettromagnetiche. |
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| Che
cosa è il rumore? |
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Il
rumore è un suono indesiderato. La sua intensità («livello sonoro»)
si misura in decibel (dB). La scala decibel è logaritmica, quindi
un aumento del livello sonoro pari a tre decibel rappresenta già un
raddoppio dell’intensità del rumore. A titolo di esempio, una
conversazione normale può raggiungere circa 65 dB, mentre una
persona che grida può arrivare a 80 dB. Sebbene la differenza sia
di soli 15 dB, le grida risultano 30 volte più rumorose. Per tenere
conto del fatto che l’orecchio umano mostra una sensibilità
differente alle diverse frequenze, la forza o l’intensità del
rumore viene solitamente misurata in decibel ponderati in curva A
[dB(A)].
Non è soltanto l’intensità a determinare la pericolosità del
rumore: anche la durata dell’esposizione è molto importante. Per
tenere conto di questo fattore, si utilizzano livelli sonori con
media ponderata nel tempo. Per il rumore nei luoghi di lavoro,
solitamente ci si basa su una giornata lavorativa media di
otto ore.
Esistono altri fattori che possono influenzare la pericolosità
del rumore.
- Impulsività
— l’eventuale presenza di «picchi» acustici (prodotti ad
esempio da archi elettrici).
- Frequenza — misurata in hertz (Hz). L’altezza di un rumore è
la percezione della frequenza. Ad esempio, la ² cosiddetta «tonalità
da concerto» (il Re) equivale a 440 Hz.
Distribuzione
temporale — in che occasione e con che frequenza si rileva il
rumore.
Il rumore non deve necessariamente essere molto intenso per
risultare nocivo all’interno dei luoghi di lavoro. Il rumore può
contribuire in maniera significativa ad aumentare altri rischi
presenti sul luogo di lavoro,
ad esempio:
- può aumentare il rischio di infortuni a causa dell’impossibilità
di udire i segnali di allarme;
- può interagire con l’esposizione a certi prodotti chimici
aumentando ulteriormente il rischio di perdita dell’udito; oppure,
- può essere causa dello stress sul lavoro. |
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| Che
cosa è la salmonella? |
Esistono
in natura con più di 2000 varianti diverse e con patologie
suddivise in due tipologie essenziali: la salmonellosi tifoide e la
salmonellosi non tifoide, che rappresenta la maggior parte dei casi.
Il batterio si moltiplica tra gli 8 e i 45 gradi centigradi, mentre
viene distrutto a temperature maggiori di 70 gradi. Si riscontra
soprattutto in uova, che sono il veicolo di maggiore impatto
sull’epidemiologia dell’infezione, pollo, carne di maiale,
talvolta anche latte e latticini.
La salmonellosi tifoide, è un rischio essenzialmente per le persone
che viaggiano molto all’estero, soprattutto in paesi con scarsa
igiene. Si trasmette bevendo o mangiando bevande ed alimenti
infettati o con il contatto con feci di persone malate o portatori
sani.
Si presenta con dolori muscolari, stanchezza, inappetenza, gonfiore
addominale diarrea, cefalea, febbre. Quest’ultimo sintomo è
quello più evidente e dura da tre a cinque settimane. Per
diagnosticare la salmonellosi tifoide bisogna effettuare un esame
del sangue e delle feci per identificare il batterio della
salmonella; nei casi più gravi si può anche effettuare una coltura
del midollo osseo.
Poiché questa forma di salmonellosi è molto più grave di quella
non tifoide, è generalmente necessario il ricovero e la
somministrazione di antibiotici. Ci si può proteggere con i vaccini
ad uso orale (che protegge dal tifo) o iniettabile (che protegge da
tifo e paratifo) che proteggono per circa tre anni.
La salmonellosi non tifoide, invece, si presenta con diarrea,
nausea, vomito, a volte accompagnati da febbre intorno ai 38°.
L’insorgenza e la gravità dei sintomi dipendono anche dalla
quantità di batteri introdotti nell’organismo con gli alimenti
contaminati e dall’acidità
intestinale; infatti, ad esempio, talvolta è possibile che la
diarrea sia favorita da una ridotta secrezione gastrica.
Il periodo di incubazione della salmonella va da 5 a 72 ore e la
guarigione avviene in pochi giorni, anche se i batteri vengono
eliminati nelle feci della persona infettata anche fino a 4-5
settimane dopo la guarigione.
Consigli salutari
È importante che la sterilità e la salubrità degli alimenti a
rischio salmonella, garantita da allevatori e commercianti, continui
anche a casa propria. Per non incorrere in infezioni da salmonella,
allora, è bene innanzitutto fare attenzione all’igiene nel
frigorifero e in cucina in generale, evitare di tenere la carne a
temperatura ambiente per troppo tempo, cuocere bene qualsiasi
alimento a rischio, lavare i gusci delle uova prima di maneggiarle
(il batterio infatti contamina il guscio ed è quando questo viene
utilizzato che i germi vengono a contatto con albume e tuorlo
contaminandoli) oppure evitare di consumare uova con gusci rotti.
Bisogna fare attenzione soprattutto alla preparazione di quegli
alimenti (per esempio, la maionese o il tiramisù) in cui le uova
vengono consumate crude.
È anche importante conservare gli alimenti a temperature alle quali
non è possibile che le salmonelle si moltiplichino, cioè in
frigorifero oppure sopra i 65 gradi centigradi ed evitare di
contaminare i cibi dopo la cottura, utilizzando magari utensili,
posate o mani sporche con le quali si è maneggiata la carne cruda o
altri alimenti a rischio. Rimango a disposizione per eventuali
chiarimenti. |
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| Che
cos’è l’inquinamento luminoso? |
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Se
nel passato l’avvento dell’energia elettrica ha permesso
all’uomo di evolversi e svilupparsi, tuttavia oggi si trova
a fare i conti anche con gli svantaggi.
Ciò a cui si fa riferimento è l’inquinamento luminoso, ovvero
l’insieme degli effetti della dispersione nel cielo notturno, di
luce prodotta da sorgenti artificiali, che nel corso degli ultimi 30
anni è vertiginosamente salita del +10% annuo, nei paesi
industrializzati. Unitamente all’inquinamento acustico , da calore
ed elettromagnetico l’inquinamento luminoso è caratterizzato
dall’ introduzione nell’ambiente di un fattore fisico in quantità
tale da creare una perturbazione.
Le
cause principali
dell’aumento della luminosità del cielo notturno sono
l’illuminazione di strade, edifici, impianti sportivi e attività
pubblicitarie, ovvero tutta le emissioni dirette verso l’alto, in
maggior misura quelle che vanno dalla linea dell’orizzonte a pochi
gradi al di sopra di essa.
Gli effetti negativi più significativi:
- Modificazione paesaggistica (perdita della visione notturna)
- Deturpazione centri cittadini (interventi di illuminazione ad
edifici non calibrati)
- Impossibilità da parte di astrofili e astronomi nell’osservare
il cielo
- Alterazione del normale ritmo circadiano di vegetali e animali
(alternanza giornaliera tra veglia e riposo)
- Ripercussioni sulla salute dell’individuo (alterazione ciclo
della melatonina)
- Diminuzione sicurezza pubblica
- Dispendio economico ( spreco di illuminazione dovuto alla mancanza
di un corretto dimensionamento degli impianti)
Per quanto riguarda il piano normativo, in assenza di una politica
comunitaria in materia, occorre rivolgersi alla disciplina nazionale
e locale, che a partire dagli anni ’90 ha subito una
sensibilizzazione nei confronti di questo fenomeno.
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| Come
valutare il rischio da esposizione a luce solare? |
L’esposizione
a UV in ambiente outdoor può variare in relazione ai seguenti
fattori: orario della giornata, zona geografica in cui avviene
l’esposizione (tropici, zonesubtropicali, zone temperate, ecc.),
condizioni metereologiche, altitudine, grado di diffusione delle
radiazioni nell’atmosfera, grado di riflessione delle radiazioni
da parte delle superfici circostanti (sabbia, neve, ecc.).
Vi sono dei sistemi informativi territoriali (GIS) nel settore del
monitoraggio di parametri ambientali e della formulazione di
previsioni nei settori della meteorologia e dell’agrometereologia,
la cui consultazione può fornire parametri importanti per la
valutazione e la previsione delle esposizioni giornaliere a UV.
L'Indice UV è un indice che basandosi sulla posizione del sole,
sulla nuvolosità prevista, sull'altitudine, sui dati dell'ozono,
predice l'intensità della radiazione ultravioletta solare
giornalmente. La scala dell'indice UV va da un minimo di 1 ad un
massimo di 12, più l'indice è alto, più forte è l'intensità
degli UV.
Negli Stati Uniti ed in Australia è presente un servizio di
previsioni giornaliere dell'intensità stimata della radiazione
ultravioletta solare e l'indice UV viene riportato nei giornali
insieme alle previsioni del tempo.
Previsioni dell'indice UV per l'Italia possono essere reperite
collegandosi via Internet a vari siti specifici, quale ad esempio
quello del Servizio di previsione e informazione degli indici solari
nella conca mediterranea gestito dall' Istituto francese ACRI
(Mecanique des fluides, observation de la terre, sciences de
l'environnement), consultabileall'indirizzo
http://www.enviport.com.
Un
sopralluogo dell'ambiente di lavoro e la raccolta dei dati sugli
orari di lavoro, le pratiche di lavoro e le procedure possono
fornire importanti elementi per la valutazione del rischio da UV.
A causa della variabilità delle condizioni meteorologiche e delle
modalità di esposizione, che possono essere molto diverse nel corso
di una giornata lavorativa, dare una corretta valutazione
quantitativa della dose assorbita da un lavoratore esposto può
risultare molto complesso. Per questo motivo è opportuno
quantificare l’esposizione personale mediante dosimetri. Esistono
diverse classi di dosimetri personali. tra questi:
- dosimetri
elettronici con rilevatore a stato solido,
- dosimetri basati sul metabolismo di colonie batteriche,
- dosimetri che utilizzano la fotodegradazione di sostanze chimiche |
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| Che
cos’è un solvente? |
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Un
solvente dal punto di vista chimico è una sostanza che ha la
capacità di scioglierne un’altra (o altre) per formare una
soluzione (miscela omogenea).
Nella soluzione il solvente è il componente che è presente in
quantità largamente superiore, oppure è quello che determina la
stato fisico della materia della soluzione (esempio solido, liquido,
gassoso).
I solventi sono solitamente, ma non sempre, liquidi. Possono essere
anche gassosi o solidi. Le soluzioni liquide che non contengono
acqua come solvente, sono chiamati “soluzioni non acquose”
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Cosa
sono i solventi organici?
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Il
gruppo di solventi liquidi non acquosi, più comunemente utilizzato,
è quello dei solventi organici.
Questi appartengono usualmente ai seguenti gruppi di sostanze
chimiche: alifatici, aromatici, alcool, ai glicoli, ai chetoni ed
agli esteri.
I solventi organici sono formati da idrocarburi e sostanze legate.
La maggior parte dei solventi usati industrialmente è volatile.
In accordo con la definizione della direttiva EU-VOC un composto è
volatile se la pressione di vapore è più alta di 0,1 mbar a 20°
C.
A questa pressione la concentrazione di VOC (composti organici
volatili) dell’aria interna da aspettarsi è nell’ordine dei
mg/m3
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Quanto
sono pericolosi i composti volatili?
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I
solventi hanno diversi effetti sulla salute umana, in funzione del
tipo di esposizione che può avvenire attraverso vapore, nebbia, o
forma liquida.
I solventi possono entrare nel corpo attraverso inalazione,
ingestione e attraverso la pelle.
La via attraverso la quale i solventi possono entrare nel corpo
dipende dalla volatilità e dalla solubilità dei grassi del
solvente e gli effetti dannosi alla salute sono specifici per
ciascun tipo di solvente; questi possono includere:
- Un effetto narcotico, causando fatica e vertigini. Alte dosi
possono portare alla perdita di conoscenza e alla morte. Esposizione
a larghe dosi di solventi possono rallentare il tempo di reazione e
influenzare un giudizio razionale. Questo può incrementare il
rischio di incidenti sia al lavoro che esternamente, come nel
traffico sulla via di ritorno verso casa.
- Irritazione degli occhi e del tratto respiratorio
- Dermatiti o altri problemi della pelle. I solventi poliscono e
sgrassano non solo i prodotti nei processi ma anche la pelle.
- Danneggiare il fegato, i reni, il cuore, i vasi sanguinei, il
midollo osseo e il sistema nervoso( esempio encefalopatia cronica).
I solventi possono penetrare la pelle ed entrare nella circolazione
sanguinea.
Per avere effetti diretti sulla salute dopo una singola esposizione
generalmente deve esserci un alto livello di esposizione, mentre
prolungati e ripetuti bassi livelli di esposizione possono portano
ad
effetti sulla salute dopo un lungo periodo.
I solventi possono anche portare rischi alla sicurezza oltre che
alla salute.
La maggior parte dei solventi sono volatili e infiammabili e devono
essere sempre maneggiati con cura.
Alcuni solventi producono vapori che sono più pesanti della aria;
questi vapori possono fluire a terra o nel caso peggiore in spazi
dove possono essere incendiati per ignizione per mezzo di
scintille di saldatura o di elettricità statica.
I vapori possono anche essere accesi a causa del “Fumo”.
I vapori dei soventi possono anche essere allocati in spazi
confinati, e stare in questi luoghi per lungo tempo, presentando
rischi per la salute.
I pericoli ambientali associati alle emissioni dei solventi organici
comprende l’incremento dell’ozono atmosferico nei presso del
suolo attraverso un ossidazione Fotochimica. ( smog estivo).
Alcuni tra i solventi organici del resto impoveriscono gli alti
strati di ozono e perciò, la loro produzione è controllata per
proteggere gli strati di ozono nella alta atmosfera.
L’uso di solventi è anche un rischio potenziale la contaminazione
del suolo e dell’acqua.
La popolazione può essere esposta anch’essa ai solventi per le
concentrazione trasportate dal vento nell’aria circostante.
Per l’Unione Europea la politica per prevenire i pericoli
derivanti dai composti organici volatili deve seguire la direttiva
1999/13/EC del 11 Marzo 1999 sulla limitazione delle emissioni di
composti organici volatili dovute all’utilizzo di solventi
organici in certe attività e installazioni.
Il rischio di salute per l’esposizione ai solventi dipende dallo
specifico solvente e dal livello di esposizione. I solventi
differiscono nelle loro potenzialità di nuocere alla salute.
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Cosa
è il rischio biologico ?
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I
microrganismi trasmissibili sono classificati, sulla base dei
criteri proposti dal D.Lgs. 626/94, in quattro classi di pericolosità.
Nelle situazioni dove é previsto un uso deliberato di questi agenti
biologici è logico, opportuno e necessario, adottare a priori una
serie di misure tecniche preventive e di contenimento, prescindendo
- di fatto - dalla valutazione della reale entità del rischio;
l’adozione di tali norme nelle altre attività presenta serie
difficoltà poiché incerta é l’entità del rischio che
l’esposizione potenziale comporta.
In questi casi il termine potenziale comprende l’eventualità di
un possibile contagio, la cui occorrenza però è remota o non ben
definibile in termini quantitativi.
É
noto come la valutazione del rischio sia, in generale, costituita da
due momenti:
- la valutazione del pericolo
- la valutazione del danno.
La stima della pericolosità e della dannosità degli agenti
biologici presenti appare però di non semplice esecuzione, poiché
resa difficile da una serie di limiti conoscitivi.
Molti dei concetti e delle metodologie ormai consolidate
dall’Igiene Industriale per la valutazione dell’esposizione, ad
esempio a sostanze chimiche, non sono infatti immediatamente
trasferibili ai microrganismi:
- la varietà e l’ubiquitarietà delle specie batteriche e virali
aerodisperse rendono il monitoraggio ambientale problematico.
Risulta complicato quindi misurare i microrganismi aerodispersi con
la stessa affidabilità con cui vengono ad esempio misurati gas e
vapori di sostanze chimiche
- altrettanto difficoltoso é l’utilizzo del monitoraggio
biologico nella valutazione dell’avvenuto contagio da
microrganismi, poichè risulta molto articolata la risposta
adattativa o immunitaria dell’organismo umano ospite
- non sono disponibili inoltre sicure relazioni dose-risposta (in
termini di entità del contagio-infettività) per nessuno dei
microrganismi di maggior interesse patologico o di larga
trasmissibilità.
La mancanza di questa conoscenza non permette in buona sostanza:
- di definire delle dosi (sul modello dei TLV-TWA per le sostanze
chimiche) che abbiano funzione di soglia per discriminare tra
condizioni di presenza o assenza di rischio, o meglio, tra
situazioni con grado di controllo accettabile o non accettabile
- di conoscere con buona approssimazione, ad una certa entità di
esposizione (contagio), qual è la frequenza di danno atteso nel
gruppo di soggetti esposti
Tuttavia, nonostante questi limiti, la stima del rischio risulta
comunque essenziale e deve ricondursi a categorie conoscitive
logiche e concretamente applicabili.
La “pericolosità biologica” di un ambiente di lavoro o di una
specifica attività per un gruppo di soggetti é rappresentata:
- dall’esposizione al pericolo (in termini di intensità e durata)
- dalla frequenza o proporzione di soggetti che risultano operare in
determinate condizioni espositive.
La scelta dei metodi di monitoraggio e degli indicatori di
esposizione deve tenere conto:
- delle vie di esposizione,
- della possibilità di una misura diretta o indiretta della
contaminazione ambienta
- dell’avvenuto contagio a seguito dell’evento espositivo.
In questi termini ad esempio la sieroconversione o il riscontro
della malattia, possono essere utilizzate quali indicatori di
avvenuta esposizione e sono da considerare approcci elettivi nei
casi in cui la misura ambientale della contaminazione (aerodispersa
o delle superfici) risulti difficile o dove la via di contagio sia
prevalentemente parenterale.
La valenza a fini preventivi della rilevazione degli eventi
accidentali o degli infortuni che comportano il possibile contagio
con agenti biologici dotati di potenzialità infettiva, anche se
effettuate a posteriori, risultano l’unica strategia perseguibile
laddove il pericolo di contagio (esposizione) non sia presente come
condizione intrinseca nel ciclo produttivo o nell’attività
svolta, ma nasca come evento accidentale, più o meno scarsamente
prevedibile e spesso legato, oltre che alle caratteristiche del
lavoro, anche alle caratteristiche individuali e alle attitudini
lavorative del singolo.
In questo caso la pericolosità e la dannosità di un certo ambiente
di lavoro o di una singola attività lavorativa forniscono delle
stime di rischio per eventi o situazioni già verificatisi ed il
rischio viene detto rischio osservato: osservato per distinguerlo
dalla situazione opposta di rischio atteso in cui il pericolo, pur
presente al momento della valutazione, non é abbinato al danno, ma
la cui comparsa é attesa in un tempo successivo.
É complicato effettuare stime di rischio atteso, poiché diventa
difficile misurare l’entità dell’esposizione ed é quasi
impossibile stimare quale sarà il reale danno ad esse associato.
Il rischio osservato, quindi, va necessariamente calcolato stimando
la pericolosità e la dannosità già manifestatesi, osservate con
accurati programmi:
- di monitoraggio degli eventi accidentali e degli infortuni a
rischio
- di sorveglianza dello stato di salute della popolazione esposta.
Questo perché, nella pratica corrente,
gli agenti biologici presenti non sono tali da generare
un’alta frequenza di danno, pure a fronte di un’alta frequenza
di situazioni di pericolo.
Spesso, anche se solo per fini preventivi, é utile assumere che il
contagio sia molto pericoloso: così, ad esempio, la puntura con un
ago sicuramente infetto viene considerata come se fosse un evento
portatore di malattia certa.
L’esperienza invece indica che le sieroconversioni o la comparsa
di malattia raggiungono proporzioni sempre inferiori all’unità
(percentuali di sieroconversione variabili dal 15 al 30% per
l’epatite B, dal 3 al 15% per l’epatite C, 0,5% per l’HIV).
Analogamente
può essere utile approssimare all’unità anche la frequenza del
pericolo: é questo il caso, ad esempio, in cui ogni evento
infortunistico che comporta la puntura con ago o la ferita con
materiale tagliente viene considerato un evento infettante cui
consegue una infezione certa.
Va però sottolineato che mentre queste valutazioni precauzionali
delle condizioni di rischio risultano giustificate in situazioni di
lavoro particolari, possono risultare eccessive se applicate alla
normale realtà almeno fintanto che la prevalenza delle malattie
trasmissibili rimanga agli attuali valori e non mostri macroscopici
incrementi di incidenza.
Infine é da ricordare che, nell’ottica della riduzione ed
abbattimento del rischio biologico, per molti agenti biologici
l’esistenza di una profilassi vaccinale rappresenta un intervento
di protezione efficace. |
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Cosa
è la legionellosi e come si trasmette?
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La
malattia dei legionari e' stata identificata per la prima volta in
seguito ad una grave epidemia avvenuta nel 1976 in un gruppo di ex
combattenti dell'American Legion (da qui il nome della malattia) che
avevano partecipato ad una conferenza al Westin Hotel di
Philadelphia, negli Stati Uniti. Da allora in vari Paesi e' stato
attivato un sistema di sorveglianza della malattia.
In Italia, per i casi di legionellosi, con decreto del Ministro
della sanita' del 15 dicembre 1990, e' prevista la notifica
obbligatoria in classe II. La malattia, inoltre, e' sottoposta ad un
programma di sorveglianza speciale, di cui all'accordo
Stato-Regioni, atto rep. n. 936 del 4 aprile 2000, pubblicato nella
Gazzetta Ufficiale del 5 maggio 2000 - serie generale - n. 103.
In
Europa, nel 1986, si e' costituito il Gruppo di lavoro europeo per
le Infezioni da Legionella (EWGLI) e nel 1987 i membri di questo
gruppo hanno iniziato un'attivita' di sorveglianza per i casi di
legionellosi associati a viaggi in Europa. Lo EWGLI e' ancora oggi
composto da un gruppo di esperti internazionali che, tra i vari
obiettivi, condividono quello comune di prevenire nei cittadini
europei la legionellosi associata ai viaggi.
Lo schema di sorveglianza, nominato EWGLINET nel 2002, e' ora
ufficialmente inserito nell'ambito del programma europeo per il
controllo delle malattie trasmissibili e prevede la notifica ad un
centro coordinatore, in Londra, di tutti i casi di legionellosi
presumibilmente acquisita durante un viaggio.
La
legionellosi e' una grave forma di polmonite causata da batteri
appartenenti al genere Legionella. Legionella e' un microrganismo
ubiquitario, ampiamente diffuso in natura, dove si trova
principalmente associato alla presenza di acqua. E' stata isolata
dall'acqua naturale di fiumi, laghi e serbatoi, a bassa
concentrazione. Concentrazioni elevate possono essere rilevate in
sistemi di acqua condottata, sottoposti ad inadeguata manutenzione,
o in impianti di climatizzazione dell'aria costituiti da torri di
raffreddamento, condensatori evaporativi o umidificatori dell'aria.
Modalità di trasmissione
La
legionellosi viene generalmente contratta per via respiratoria,
mediante inalazione o microaspirazione di aerosol in cui e'
contenuto il batterio. L'aerosol si forma attraverso le minuscole
gocce generate dallo spruzzo dell'acqua, o dall'impatto dell'acqua
su superfici solide. Piu' le goccioline sono piccole, piu' sono
pericolose; gocce d'acqua con un diametro inferiore a 5\mu
raggiungono piu' facilmente le basse vie respiratorie.
L'aerosol puo'essere generato da:
- apertura
di un rubinetto o di una doccia;
- vasche per idromassaggio e piscine;
- bagni turchi e aree adibite a sauna;
- torri di raffreddamento/condensatori evaporativi;
- fontane ornamentali, specialmente se collocate in ambienteinterno;
- impianti di irrigazione di giardini;
- acque di scarico di impianti igienici.
A
tutt'oggi non e' dimostrato che la malattia si possa contrarre
bevendo acqua contaminata e sembra esclusa la trasmissione diretta
tra uomo e uomo. |
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Cosa
è l’ipoacusia?
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Si
definisce ipoacusia da rumore una sordità che interessa i due
orecchi causata dalla continua e prolungata esposizione al rumore.
Il rumore viene generalmente definito come un suono indesiderabile.
I rumore è una sensazione prodotta nell'orecchio da vibrazioni
dell'aria o di qualsiasi altro ambiente. Può essere anche percepito
per contatto diretto con oggetti in vibrazione. L'essere umano
percepisce i suoni la cui frequenza è compresa tra 16 Hz e 20 000
Hz. Il rumore è un agente fisico potenzialmente lesivo per
l’intero organismo. I danni da rumore si distinguono in:
1) Danni uditivi:
a) trauma acustico acuto (da rumore impulsivo cioè molto breve e
molto intenso.
b) trauma acustico cronico (più frequente) per esposizione
prolungata a livelli sonori elevati
2) Danni extra – uditivi
La sordità da rumore ha la caratteristica di colpire dapprima le
alte frequenze, manifestandosi inizialmente all’esame audiometrico
con una caduta sui 4000 Hz seguita da una risalita alle frequenze più
elevate. Questo conferisce al tracciato audiometrico una morfologia
particolare detta “a cucchiaio”.
Inoltre in questa fase la perdita di udito non viene notata dal
paziente, essendo lontana dalle frequenze del parlato, tutt’al più
il soggetto può notare (o essere indotto a notare) fenomeni come il
“non sentire più l’orologio o la suoneria del telefono”.
Questo interessamento elettivo delle frequenze intorno a 4.000 Hz
viene spiegato con una particolare vulnerabilità delle cellule del
giro basale della coclea (dove sono “localizzate” le alte
frequenze), che viene attribuito a ragioni circolatorie (zona di
confine tra due territori arteriosi) o a fenomeni locali di
risonanza.
Aggravandosi il danno con il protrarsi dell’esposizione il deficit
si estende coinvolgendo progressivamente le alte frequenze,
soprattutto quelle più basse, fino ad interessare le frequenze del
parlato. Possiamo quindi riconoscere schematicamente
nell’evoluzione del danno da rumore diverse fasi:
I periodo: dura per i primi 10-20 giorni di esposizione al
rumore; sono presenti acufeni a tonalità acuta e sensazione di
“orecchio pieno”, lieve cefalea, senso di fatica e di
intontimento alla fine del turno di lavoro; alla fine di questo
periodo iniziale i sintomi tendono ad attenuarsi.
II periodo: dura da mesi ed anni; in questa fase la
sintomatologia soggettiva è completamente muta e il danno uditivo
è rilevabile solo mediante audiometria.
III periodo: è la fase in cui il soggetto comincia ad
accorgersi di perdere l’udito
IV periodo: il deficit uditivo diventa grave, compare il
fenomeno del recruitment: un segnale acustico ad un certo livello di
intensità non è udito affatto, ma basta un incremento di pochi dB
perché venga percepito molto forte, distorto e particolarmente
fastidioso, ci sono acufeni persistenti, fugaci vertigini rotatorie,
senso di incertezza nella deambulazione
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Cos’è
la formaldeide e perché la ritroviamo nei mobili?
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La
formaldeide è un gas incolore volatile e solubile in acqua dal
forte e pungente odore ampiamente utilizzata nella produzione di
resine a loro volta usate nella produzione di pannelli. A causa di
fenomeni chimici, chiamati di idrolisi, la formaldeide viene
liberata dalla resina di cui è composto il pannello e rilasciata
nell’aria nel corso degli anni con conseguenze dannose per la
nostra salute. L’esposizione alla formaldeide può provocare
dermatiti da contatto, asma, oltre a disturbi psicologici e
neurologici come la perdita della memoria a breve termine.
L’ADUC (associazione per i diritti degli utenti e consumatori)
consiglia di evitare l'acquisto di mobili con formaldeide cercando
quelli con il marchio CQA-Formaldehyde E1 che contraddistingue le
produzioni di pannelli a bassa emissione di formaldeide, rispondenti
ai requisiti imposti dalle normative internazionali in materia.
Se si scopre o si sospetta di avere mobili che rilasciano
formaldeide, il consiglio è di migliorare la ventilazione
(mantenendo un’umidità pari al 40%-60%) e utilizzare piante (come
la dracena, l’aloe, il clorofito, il crisantemo, la gerbera, il
giglio, la peperomia, la sansevieria o il ficus) che per loro natura
sono in grado di metabolizzare sostanze chimiche pericolose presenti
nell’aria delle stanze. |
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Quali
sono i rischi collegati all’esposizione a vibrazioni?
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Un
qualunque sistema meccanico produce oscillazioni che possono essere
trasmesse all’operatore sia attraverso l’impugnatura di
particolari apparecchiature, sia attraverso delle superfici con cui
un soggetto viene a contatto e producono vibrazioni definite SISTEMA
MANO-BRACCIO (relativo alle suddette parti corporee) e SISTEMA di
vibrazioni al CORPO INTERO
( l’intero corpo subisce la vibrazione).
L’esposizione a vibrazioni al sistema mano-braccio può essere
determinata da:
- Macchine utensili portatili dotate di impugnatura. Ad esempio
nell’industria metalmeccanica da avvitatori, o in carpenteria da
smerigliatrici, nelle attività estrattive da martelli demolitori,
nei laboratori per la lavorazione del marmo o del travertino
(scalpelli, frese) o nelle attività forestali (motoseghe)
- Impugnatura di manufatti in metallo, legno, plastica, sottoposti a
processi di lavorazione mediante smerigliatrici da banco, seghe
circolari o a nastro,cesoie.In questo caso la vibrazione emessa
dall’apparecchiatura viene trasmessa prima al pezzo da lavorare e
da questo all’operatore
- Macchine agricole quali ad esempio motocoltivatori,
motofalciatrici, tosaerba che vengono condotte dagli operatori che
le seguono a terra
- Mezzi mobili o mezzi di trasporto che trasmettono vibrazioni
attraverso il sistema di guida ( volante, manubrio, barra…)
PATOLOGIE DA VIBRAZIONE
L’esposizione a vibrazioni del sistema mano-braccio è
associata ad un aumentato rischio di insorgenza di lesioni
vascolari, neurologiche e muscolo scheletriche definita:
“Sindrome
da Vibrazione Mano-braccio”.
- Componente vascolare:
è rappresentata da una forma definita, ossia la sindrome del dito
bianco. Le dita appaiono pallide, sempre più esposte a basse
temperature, a talvolta in casi cronici con vere e proprie
alterazioni della pelle e delle unghie.
- Componente neurologica:
caratterizzata dalla presenza di formicolii, bruciori o perdita di
sensibilità delle dita, espressione di una patologia dei nervi
periferici.
- Componente osteoarticolare:
comprende lesioni degenerative a carico delle ossa e delle
articolazioni degli arti superiori, in particolare a livello dei
polsi e dei gomiti (artrosi)
Le vibrazioni al corpo intero, recano più facilmente lombalgie e
traumi del rachide.
Spesso l’esposizione a vibrazioni è associata a freddo,
movimenti, e sforzi ripetuti degli arti superiori, elevata forza di
pressione, posture incongrue.
ANGIOPATIA e OSTEOARTROPATIA da vibranti sono riconosciute dalla
Commissione dell’Unione Europea e dalla legislazione come malattie
professionali.
LEGISLAZIONE
Attualmente in Italia non esistono ancora norme complete riferite
esclusivamente al rischio da vibrazione meccanica. Tuttavia
l’obbligo generale di valutare i rischi e di attuare le misure di
prevenzione previsto dal dlgs 626/94 è valido anche per
l’esposizione professionale alle vibrazioni.
Il recepimento della Direttiva Europea 2002/44Ce che dovrà avvenire
entro il 6 Luglio 2005 consentirà un pieno sviluppo delle attività
di prevenzione dei rischi da vibrazioni meccaniche.
Tale direttiva contiene le prescrizioni minime di sicurezza e
salute, e le misure preventive per ridurre l’intensità del
rischio.
COME VALUTARE IL RISCHIO
- Identificare le fasi lavorative comportanti esposizione a
vibrazioni e valutare i tempi di esposizione effettiva a vibrazioni
associati a ciascuna fase
- Individuare macchinari ed utensili utilizzati in ciascuna fase
MISURE DI PREVENZIONE
- scegliere macchine, utensili o attrezzature che vibrano meno
- mantenere tutte le attrezzature in buone condizioni di
manutenzione
- limitare la durata dell’esposizione anche prevedendo delle pause
- intervenire sui metodi e le postazioni di lavoro
- proteggere le mani dal freddo e dall’umidità |
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Quali
sono i rischi connessi alle onde elettromagnetiche prodotte da i
telefoni cellulari?
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L’esposizione
dell’uomo a campi elettromagnetici è un fenomeno antico,sono da
sempre stati presenti in natura, eppure solo recentemente con lo
sviluppo delle reti di telecomunicazione, si è trasformato in una
tematica di strettissima attualità tale da portare a coniare
termini quali inquinamento elettromagnetico o elettrosmog ormai
entrati di diritto nel linguaggio comune.
In questi ultimi anni si è dovuto registrare, quale effetto
collaterale, indiretto e indesiderato di tale settore,
un’esponenziale crescita delle fonti di esposizione a tale forma
di “inquinamento” che ha portato l’opinione pubblica a
prestare particolare l’attenzione alla massiccia diffusione ed
utilizzo da parte degli utenti di telefoni cellulari.
I campi elettromagnetici (CEM) derivano dalle cariche elettriche e
dal loro movimento, l’oscillazione di queste ultime produce campi
elettrici e magnetici che si propagano sotto forma di onde
elettromagnetiche.
Ognuna di esse è caratterizzata da una specifica frequenza che
rappresenta il numero di oscillazioni compiute nell’unità di
tempo (1 secondo) e viene misurata in cicli al secondo o Hertz (Hz):
più alta sarà la frequenza e maggiore sarà l’energia
trasportata dall’onda.
I telefoni cellulari costituiscono una rilevante parte del sistema
della rete radiomobile: sono dispositivi a bassa potenza in grado di
ricevere e trasmettere la radiazione elettromagnetica nella banda
delle microonde.
La diffusione sempre più massiccia e consistente del loro uso ha
suscitato un sempre maggior interesse sotto il profilo sanitario in
riferimento ai possibili danni per la salute che l’impiego di
questi dispositivi specie per lunghi lassi di tempo potrebbe
causare.
L’epidemiologia misura l’intensità del campo elettromagnetico
attraverso due tipi di unità: volt al metro (V/m: unità di
misura del campo elettrico) oppure watt per metro quadrato (W/m2:
unità di misura della densità di potenza), in questo secondo caso
la densità di potenza diminuisce proporzionalmente al quadrato
della distanza dalla stessa.
La grande attenzione che la comunità scientifica aveva riversato
sui campi elettromagnetici e sull’opportunità di condurre studi
approfonditi atti a valutarne la pericolosità per la salute
dell’uomo era giustificata dalla convinzione rimasta in vigore per
molti anni e responsabile di aver suscitato preoccupazione negli
utenti secondo cui i campi elettromagnetici a radiofrequenze (come i
cellulari) sarebbero stati in grado di favorire un processo di
proliferazione di cellule tumorali già in atto indotto da altri
cancerogeni.
Questa opinione basava la sua fondatezza sul fatto che la testa
dell’utente si trova praticamente a contatto con l’antenna e
questo comporta un’esposizione ed un assorbimento di potenza
decisamente elevato.
Allo scopo di indirizzare gli utenti di telefonia cellulare verso un
corretto uso degli apparecchi a livello nazionale ed internazionale
sono state elaborate una serie di linee guida proprio per evitare
che l’esposizione determini aumenti locali della temperatura.
In realtà, i dati derivanti dagli studi epidemiologici hanno dato
luogo a risultati contraddittori, in particolare l’attenzione
degli studiosi si è concentrata essenzialmente sulla ricerca di
relazioni causali tra l’insorgenza di tumori cerebrali e l’uso
dei telefoni cellulari.
E’opportuno ricordare due studi rappresentativi su tutti
pubblicati tra la fine del 2000 e l’inizio del 2001: le evidenze
epidemiologiche hanno escluso che una prolungata esposizione possa
determinare l’insorgenza della patologia neoplastica cerebrale.
Si deve però tener conto che le corti coinvolte negli studi erano
in entrambi i casi rappresentate da gruppi di pazienti con età
superiore ai 18 anni, da qui pertanto si ritiene che un sistema
nervoso non ancora completamente sviluppato potrebbe essere
maggiormente sensibile all’effetto della radiazione, ed è su
questo rilievo che si basa la raccomandazione sostenuta anche
dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) di vietare
l’uso dei telefonini ai bambini.
La stessa OMS sostiene l’evidenza epidemiologica di una non
provata capacità delle radiofrequenze di favorire forme tumorali
senza però dimenticare che si tratta di un settore caratterizzato
da un costante aumento delle fonti di esposizione che quindi
suggeriscono l’adozione di politiche cautelative soprattutto in
relazione a soggetti in crescita come i bambini. |
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Cosa
sono gli amianti? |
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Amianto
o asbesto è un termine generico che indica un insieme di minerali
fibrosi (silicati) appartenenti a due classi mineralogiche distinte,
quella dei serpentini e quella degli anfiboli, che presentano alcune
differenze nella composizione chimica e nella forma cristallina. La
legge italiana (Legge 257/1992) che ha bandito "l'estrazione,
l'importazione, la commercializzazione e la produzione di amianto,
di prodotti di amianto o di prodotti contenenti amianto"
definisce amianti sei minerali utilizzati industrialmente
(crisotilo, crocidolite, amosite, tremolite, attinolite e
antofillite). |
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Che
cosa rende pericolosi gli amianti? |
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L'amianto
diventa pericoloso quando le fibre di cui è costituito si
frammentano per cause naturale o per l'azione dell'uomo, e si
liberano nell'aria. Le fibre più sottili e leggere che possono
restare sospese nell'aria anche per molte ore e giorni a seconda
delle condizioni atmosferiche, se respirate per un periodo di tempo
significativo, possono raggiungere i polmoni dove, in particolari
condizioni metaboliche del soggetto interessato possono dar luogo ad
alcune patologie importanti e specifiche riconducibili al
mesotelioma pleurico e al cancro. Il mesotelioma sembrerebbe
correlato più al tipo di fibra che all'entità dell'esposizione e
sarebbe determinato soprattutto dagli anfiboli. Esposizioni anche di
modesta entità ma significative agli anfiboli comporterebbero un
rischio apprezzabile, perché tali fibre (la crocidolite in
particolare) rigide, fragili, rettilinee, possono più agevolmente
migrare dai polmoni verso la pleura. Al contrario, le fibre lunghe,
flessibili e curve del crisotilo non migrerebbero in quantità
sufficiente a provocare la risposta neoplastica. |
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Tutte
le fibre di amianto sono ugualmente pericolose?
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Numerosi
studi scientifici hanno dimostrato che la pericolosità del
crisotilo (amianto da serpentino) è inferiore a quella degli altri
amianti (anfiboli), in particolare a quella della crocidolite e
della amosite. Si pensa che questo sia dovuto in parte alla diversa
composizione chimico mineralogica ed in parte alla minore permanenza
nell'organismo umano (biopersistenza) del crisotilo. Numerosi paesi
continuano ad estrarre, lavorare e commerciare crisotilo (es Canada)
e vi sono pressioni in USA per riconsiderarne l'utilizzo. Tuttavia
c'è consenso della comunità scientifica nel considerare tutte le
forme di amianto cancerogene ed usare nei confronti di esposizioni
al crisotilo le medesime precauzioni previste per gli altri amianti. |
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Quali
possono essere le conseguenze dell’esposizione all’amianto?
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L'amianto
rappresenta un rischio per la salute quando le fibre di cui è
costituito restano sospese nell'aria e per questa ragione possono
essere presenti in ambienti di lavoro e di vita. Il rilascio di
fibre nell'ambiente può avvenire in occasione di una frantumazione
di minerali contenenti amianti o naturalmente come nel caso terreni
contenenti fibre libere o di materiali friabili, usurati o
sottoposti a vibrazioni, correnti d'aria, urti . L'esposizione
significativa alle fibre di amianto è associata a malattie
dell'apparato respiratorio (asbestosi, carcinoma polmonare) e delle
membrane sierose che rivestono gli organi interni del torace e
dell'addome, principalmente la pleura (mesoteliomi). Queste malattie
possono insorgere dopo molti anni dall'esposizione: da 10 - 15 per
l'asbestosi ad anche 20 - 40 per il carcinoma polmonare ed il
mesotelioma. Per l'asbestosi ed il mesotelioma non si conoscono
altre cause oltre all'esposizione ad amianto o ad altre fibre
minerali. |
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In
che quantità l’amianto può essere pericoloso per gli esseri
umani ?
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L'amianto
è naturalmente presente nell'ambiente in cui viviamo in basse
concentrazioni di circa 0,01 - 0,1 fibre per litro d'aria
(http://www.atsdr.cdc.gov/asbestos/asbestos_whatis.html). Nei centri
urbani sono sempre presenti a basso livello fibre di amianto e,
secondo la legislazione vigente in Italia, un locale bonificato (da
cui l'amianto è stato rimosso) deve contenere meno di due fibre per
litro di aria (D.M. 6/9/1994) valutato al microscopio elettronico.
L'ente di controllo statunitense (OSHA - Cancer & Lung Disease
Hazard [29 CFR 1910.1001]) ha fissato nel valore di 100 fibre per
litro d'aria la soglia a cui i lavoratori possono essere esposti.
L'Unione Europea ha adottato lo stesso limite per le esposizioni dei
lavoratori, e questo valore è stato recepito anche in Italia. Per
gli ambienti esterni, non lavorativi, la normativa italiana non
prevede un limite esplicito |
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Come
si misura la quantità di fibre nell’aria ?
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Per
la valutazione delle fibre disperse in aria di amianto, un
determinato volume d'aria è aspirato con una apposita pompa
volumetrica munita di un filtro in grado di trattenere il
particolato. Il numero di fibre raccolte sul filtro viene
conteggiato con il microscopio ottico (MOCF, microscopio ottico a
contrasto di fase) o con il microscopio elettronico (SEM-EDS,
microscopio elettronico a scansione dotato di sonda per l'analisi
elementare). Con quest'ultimo è possibile distinguere, in maniera
certa ed inconfutabile, le fibre d'amianto dalle altre eventualmente
aspirate dalla pompa ( nell'ambiente si trovano infatti numerose
fibre dei più svariati materiali, assai diverse dagli amianti). Vi
sono delle precise regole geometriche per definire quali fibre
debbano essere conteggiate in base al loro diametro e alla loro
lunghezza.. Il DL 277/91 stabilisce infatti che vengano conteggiate
tutte le fibre che hanno lunghezza superiore a 5 millesimi di
millimetro (5 µm), diametro inferiore a 3 millesimi di millimetro
(3 µm) e con un rapporto lunghezza diametro superiore o uguale a
3:1, in quanto ritenute più pericolose di quelle con lunghezza
inferiore (che vengono allontanate più facilmente dai polmoni) o
diametro superiore (che non arrivano agli alveoli polmonari). |
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Come
si può essere esposti all’amianto?
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Tutti
siamo costantemente esposti a basse concentrazioni di fibre
d'amianto. In un litro d'aria ci sono generalmente tra le 0,01 e le
0,1 fibre. Questi valori sono, in media, più alti nelle aree urbane
o industriali. Nel nostro paese, storicamente, la maggior parte
delle esposizioni all'amianto sono state di carattere occupazionale
(lavoratori dell'amianto esposti) e para-occupazionale (parenti dei
lavoratori). Altre esposizioni possono aver luogo ancora oggi a
causa della presenza di siti in cui l'amianto è stato estratto,
lavorato o messo in opera. Tali esposizioni sono dette
ambientali-antropiche. L'esposizione all'amianto proveniente da
fonti naturali (esposizione ambientale-naturale) riguarda quelle
zone del territorio in cui le fibre sono presenti nelle rocce e nei
suoli sciolti. Non esistono prove che questo tipo di esposizione in
ambiente non confinato rappresenti un rischio concreto per la salute
di coloro che vengono a contatto con queste fibre sia in maniera
episodica che continuativa. |
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L’esposizione
ad una singola fibra di amianto può essere pericolosa?
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Questa
espressione, a fronte del fatto che l'amianto è naturalmente
presente nell'ambiente in cui viviamo in basse concentrazioni (tra
0,1 e 1 fibra litro) non ha chiaramente senso, considerando che un
essere umano adulto respira tra i 10000 e le 20000 litri di aria al
giorno . Essa si origina dal fatto che esaminando la relazione tra
entità dell'esposizione e numero di tumori osservati - studiate in
dettaglio nei casi di esposizioni massicce - non si identifica
"una soglia" cioè un limite al di sotto del quale un
eccesso di tumori non è più osservabile. La relazione quantitativa
tra dose e risposta, ricavata da osservazioni su gruppi fortemente
esposti, viene allora applicata anche alle basse esposizioni. In
questo modo, per definizione, il rischio non è mai considerato
nullo, finché l'esposizione non è pari a zero. La probabilità di
contrarre un tumore dovuto all'amianto dipende comunque in modo
diretto dall'intensità e dalla durata dell'esposizione, oltre che
dal periodo trascorso dal suo inizio, poiché le fibre possono
conservarsi nei polmoni per decine di anni. Il rischio che si
attribuisce, in base alle previsioni della relazione dose-risposta,
alle basse concentrazioni sopra riportate non è valutabile, proprio
perché troppo esiguo, con gli attuali metodi di studio
epidemiologico. |
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L’amianto
è pericoloso se toccato?
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L'amianto
non può essere assorbito dall'organismo attraverso la pelle.
Toccare una roccia che contiene amianto non è dannoso per la pelle.
Per i lavoratori esposti al contatto con grandi quantità di fibre,
si può verificare una leggera irritazione caratterizzata da
sensazione di "punzecchiamento" e prurito, dovuta alla
forma fibrosa dell'amianto, tipica, per altro, di molte fibre anche
non dannose alla salute, come ad es. le fibre di vetro |
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Quali
precauzioni bisogna prendere per i lavoratori esposti all’amianto?
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Le
tecnologie a disposizioni per operare in sicurezza in presenza di
amianto come per altre sostanze pericolose potenzialmente presenti
in ambienti di lavoro sono conosciuti ed esistenti ed ampiamente
utilizzati all'estero. Le tecnologie principali sono rivolte alla
riduzione delle fibre poste in aria attraverso la riduzione della
quantità di materiale fine che viene prodotto durante lo scavo di
gallerie, l'abbattimento della polverosità con docce d'acqua
all'interno delle aree di scavo e il trattamento delle acque in
appositi impianti di depurazione che possono trasportare fibre
amiantifere all'esterno dell'area di lavoro. Apposite norme tecniche
definiscono i criteri di allestimento e conduzione di questi
cantieri con un approccio di protezione dalle fibre di amianto che
prevede contemporaneamente: l'incapsulamento con prodotti
vernicianti/impregnanti dei materiali contenenti amianto; la massima
protezione delle vie respiratorie degli addetti con dispositivi di
protezione individuale (DPI) adeguati; la costante rimozione
dell'inquinante mediante aspirazione ed espulsione dell'aria
all'esterno dei cantieri previa filtrazione assoluta. |
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